Roots Magic – Live in BS – Review

Fabrizio Spera Concerts Reviews

Roberto Pepe – www.traccedijazz.com

Le magiche radici del Blues hanno allungato le loro ramificazioni anche in quel di Brescia, dove alla fine di febbraio hanno infuocato la segreta del noto locale Carmen Town, in pieno centro storico, su invito dell’associazione culturale Indica che ha organizzato il concerto e che sta animando l’orizzonte musicale bresciano. I Roots Magic “vengono da lontano e vanno lontano”, come si diceva una volta, e l’assunto togliattiano si è svelato in modo inequivocabile soprattutto nel loro secondo album “Last Kind Words”, uscito a fine 2017 per Clean Feed e riproposto pressochè per intero ad un pubblico in larga parte giovane e molto partecipe alla proposta che veniva via via illustrata, con pochi e sapidi tratti descrittivi, dal batterista Fabrizio Spera. La peculiare ed esplosiva line-up (Fabrizio Spera batteria, Errico De Fabritiis sax contralto e baritono, Alberto Popolla clarinetto/clarinetto basso e Gianfranco Tedeschi, contrabbasso) e l’orgogliosa scelta di un repertorio assai connotato (Blind Willie Johnson, Julius Hemphill, Charley Patton, Marion Brown, Ornette Coleman) rendono i Roots Magic uno dei gruppi più interessanti attualmente sulla scena, legati a filo triplo ad una linea nera che risale da antichi country blues d’inizio ‘900, riportati a nuovo splendore, per miscelarsi, con naturalezza e maturità d’espressione, in riletture squisitamente tipiche del jazz che una volta veniva definito avanzato o d’avanguardia e che ora grazie alla storicizzazione avvenuta -e ad un corale studio sul materiale dell’intera band- dimostra di mantenere contenuti assai freschi ed attuali, in grado di fare presa su un pubblico più ampio della canonica platea jazz oriented.

roooots

Pronti via, ed è subito “Down the Dirt Road Blues” (Charley Patton) – apripista dal riff criminale posto anche in apertura di disco – con Popolla e De Fabritiis sugli scudi a resuscitare un blues ipnotico e denso come lava rovente. Il concerto regala poi una gemma risalente al 1930 della mitica e misteriosa blues girl Geeshe Wiley (“Last Kind Words”, appunto, da riascoltare nella versione originale voce e chitarra che aveva affascinato anche Rhiannon Giddens che la incise alcuni anni fa in un LP Nonesuch) e che qui pare evocare una graphic novel di Richard Crumb, con il clarinetto che cerca tracce oscure sul tappeto ritmico dolentemente steso, com’è giusto che sia, trattandosi di un testo crudo che parla di addii, schiavitù, morte, conflitti, assenza, insomma blues fino al midollo. La fioritura del cotone a Novembre è di per sé un evento magico e questo sogno (“November Cotton Flower”, di Marion Brown) aleggia negli archi antichi di questa sorta di cripta che ospita gli astanti in contrada del Carmine, in sospensione, come le parole di Jean Toomer legate al brano che brillano anche in loro assenza, sempre più luminose in questi tempi cupi in cui pare avvolto il BelPaese rappresentato al meglio da un Governo inquietante, marcatamente razzista. E così mentre sfila il repertorio non si può non avvertire l’urgenza e l’attualità di questi brani suonati con una professionalità e un rigore che può essere figlio solo di grande convinzione e di tantissime prove. Suonano attuali i nuovi arrangiamenti di rabbiose digressioni free-blues di Julius Hemphill, di lancinanti richiami di Dolphy che stemperano nel funk, o della chiamata a triplo sei di Sun Ra (“Call all Demons”) mentre va a bersaglio anche una sorta di sigla che suona come marchio di fabbrica Roots Magic in un incedere che si fa ironicamente parossistico (“The Sunday Afternoon Jazz And Blues Society” brano anni ’70 di John Carter e Bobby Bradford -altro disco da recuperare!- contenuto nel primo episodio Roots Magic significativamente intitolato “Hoodoo Blues”).
Si diceva del pubblico, coinvolto e partecipe, dopo un breve bis la notte bresciana ci requisisce, affollata come il piano superiore del locale che oltre ad offrire una spettacolare selezione di gin spara un po’ di piatta musica dance senza che questo scalfisca i sorrisi e il mood di chi ha assistito a un rituale di cui probabilmente si avvertiva una certa necessità. Se passano dalle vostre parti non fateveli scappare, “I’m goin’ away, to a world unknown…” 

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Ken Waxman’s report on Jazztopad 2018, Wroklav (Poland)

Fabrizio Spera Concerts Reviews

…In contrast, one band that has achieved and amplified the balance between its varied influences is the Italian Roots Magic quartet that played the NFM Friday night. Taking its inspiration from 1930s Delta Blues and 1960s free jazz, Alberto Popolla on clarinet and bass clarinet, Errico De Fabritiis on saxophones, bassist Gianfranco Tedeschi and percussionist Fabrizio Spera became a cohesive unit that subtly educated as it entertained. Unlike the free-form the members brought to earlier house concert jams, the carefully introduced material which encompassed compositions ranging from Roscoe Mitchell and Kalaparusha Maurice McIntyre to Charley Patton and Blind Willie Johnson, was both righteous and raucous and performed with no hints of Italian melodrama. Instead, thick double bass stops and popping drum beats provide enough ballast upon which Popolla’s fluid double-tonguing and De Fabritiis baritone snorts or staccato alto runs isolated the tunes’ essence to create a transformative narrative.

Read the complete report at Jazzword

Roots Magic, an Italian quartet spurred by clarinetist Alberto Popolla and drummer Fabrizio Spera, made their Polish debut with a soulful sound, drawing deep connections between early Delta blues and “The New Thing”. Thus the setlist ranged from Geeshie Wiley’s “Last Kind Words”, Charley Patton’s “Down the Dirt Road Blues” and Blind Willie Johnson’s “Dark Was The Night (Cold Was The Ground)” to Roscoe Mitchell’s “Old”, Ornette Coleman’s “A Girl Named Rainbow”, Maurice McIntyre’s “Humility in the Light of the Creator” and Marion Brown’s “November Cotton Flower”, encoring with Sun Ra’s “A Call for All Demons”. By set’s end, any heretofore unsuspected connections between down-home blues and avant jazz had become patently obvious. Tom Greenland – New York City Jazz Records – January 2019

Seixal Jazz 2018 (Portugal)

Fabrizio Spera Concerts Reviews

Da criatividade na música

Gonçalo Falcão (Jazz PT) the complete article

No dia seguinte, a música italiana dos Roots Magic falou do início de tudo, dos blues do Delta do Mississippi, em arranjos muito originais de temas de Charlie Patton, Blind Willie Johnson e outros “bluesmen”. Também se ouviram peças de Ornette Coleman, Julius Hemphill, Marion Brown e Sun Ra. John Carter misturou-se com Pee Wee Russel num tema solar que Coleman Hawkins teria gostado de ouvir! Foi parte concerto, parte aula de história da grande música negra, com o baterista a explicar o mundo de referências e de ligações que se ia sucedendo. Os arranjos para saxofone e clarinete eram brilhantes e reinventaram os blues. Extraordinário o contrabaixista, com problemas de som no início que foram prontamente resolvidos pela equipa técnica.

Por vezes é assim: é preciso vir alguém de outra cultura para nos mostrar que algo tão familiar como os azulejos pode ser usado enquanto pixéis, como no caso do trabalho de Chermayeff & Geismar no painel de entrada do Oceanário de Lisboa. E os italianos mostraram-nos, com um conhecimento enciclopédico dos blues e do jazz, uma reinvenção profunda destas músicas, distante e ao mesmo tempo tão familiar. Foi o melhor momento do SeixalJazz deste ano e merecia casa cheia, que não teve.

Jazz & Wine of Peace 2018 – Cormons

Fabrizio Spera Concerts Reviews

Da annoverare senz’altro tra i gruppi più interessanti dell’attuale panorama italiano, il quartetto Roots Magic – protagonista di un acclamato concerto alla Tenuta Villanova di Farra d’Isonzo – conduce una brillante operazione di riscoperta ed attualizzazione delle radici blues del jazz, mettendo al tempo stesso in evidenza le sue intime connessioni con certe aree dell’avanguardia afroamericana. Ecco dunque che, senza scarti stilistici o squilibri contenutistici, un gospel blues come Dark Was The Night, Cold Was The Ground (1927) di Blind Willie Johnson può trovare adeguata corrispondenza nell’essenza spiritual di Humility In The Light Of The Creator di Kalaparusha Maurice McIntyre. Oppure, in November Cotton Flower di Marion Brown si possono riscontrare elementi comuni a Down The Dirt Road Blues (1929) di Charlie Patton, tra i massimi esponenti del Delta blues. E ancora Last Kind Words (1930), country blues di Geeshie Wiley, contiene germi della poetica di Ornette Coleman in A Girl Named Rainbow. Senza poi considerare che l’essenza del blues si manifesta anche in Old di Roscoe Mitchell e ancor prima in Call For All Demons di Sun Ra. La musica del quartetto vibra letteralmente grazie al viscerale e costante dialogo tra Alberto Popolla (clarinetti) ed Errico De Fabritiis (contralto, baritono), sostenuti dalla feconda sintonia tra Gianfranco Tedeschi (contrabbasso) e Fabrizio Spera (batteria). Seppur fatta da degli italiani, questa è grande musica nera: Great Black Music!

Enzo Boddi (MusicaJazz) read the complete article

… In scaletta brani di Charley Patton, Blind Willie Johnson, Pee Wee Russell, Ornette Coleman, Sun Ra, Roscoe Mitchell, Marion Brown: dal blues del Delta al free, dalla New York della scena loft alla Chicago dell’AACM, un lungo filo rosso nel segno di una visione onnicomprensiva della musica nera. Un percorso suggestivo, tracciato con rispetto, energia e vibrante convinzione, tra assoli infuocati (in grande spolvero Popolla) e brucianti accelerazioni.

Luca Canini (Il Giornale della Musica 6-11-2018)

Villanova di Farra d’Isonzo, 28/10/2018 – Jazz&Wine of Peace 2018 – Circolo Controtempo – Tenuta Villanova Farra d’Isonzo – ROOTS MAGIC –  Foto Fabio Gamba/Phocus Agency © 2018                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

St.Anna Arresi, tra Sardegna e Jazz

Fabrizio Spera Concerts Reviews

A inaugurare questa maratona avventurosa, quasi a spiegare in qualche modo lo spirito che anima questa manifestazione, un’accoppiata che vede sullo stesso palco prima la tradizione dell’avanguardia americana e del blues rivisitata dagli ottimi Roots Magic da Roma e poi le esplorazioni della White Desert Orchestra diretta dalla pianista francese Eve Risser. I primi convincono in pieno con una ottima, devota e puntuale – ma non didascalica –riproposizione di perle di Roscoe Mitchell, Andrew Cyrille, Marion Brown, Julius Hempill e Charlie Patton (abbiamo riconosciuto anche una citazione del tema di “Unity” del grande Phil Cohran, da poco scomparso). Le radici sono magiche perché ci portano per mano in viaggio in un passato (“Old”, del leader degli Art Ensemble of Chicago, a testimoniare il legame tra le musiche di avanguardia e le radici nelle dodici battute del Delta del Mississipi) sul quale non si è accumulata nemmeno un’unghia di polvere. 

Nazim Comunale Il Giornale della Musica  

                                                                                                                                                                                                                                                                                        David Murray, Young Mothers e Roots Magic tra i grandi protagonisti del festival Jazz 

Roots Magic è invece un gruppo che va dritto allo scopo. Riletture di classici del jazz antico e moderno e contemporaneo. Attenzione al blues. Non solo a quello storico, quasi delle origini, di una sconosciuta Geeshie Wiley e di Charley Patton. Anche a quelli scritti da un Pee Wee Russell o da un Julius Hemphill. Ma, soprattutto, blues nel mood dominante delle calde divertenti ben arrangiate e ben vissute performance di Alberto Popolla (clarinetti), Enrico De Fabritiis (sax), Gianfranco Tedeschi (contrabbasso), Fabrizio Spera (batteria). Mario Gamba –  Il Manifesto 11-9-18

Tra i musicisti italiani, i Roots Magic ci hanno accompagnato in un viaggio lungo la storia del jazz, dagli anni ’20 ai giorni nostri, tra scale blues, arabe, ed un affettuoso radicamento nella tradizione.  Paolo Peviani – Allabout Jazz 17-9-18                                                                                                                                                                                    

Ken Waxman’s report on Jazz Cerkno 23

Fabrizio Spera Concerts Reviews

Forty-one kilometres west of Ljubljana, Slovenia’s capital, the compact village of Cerkno has been host to a world-class jazz festival for almost a quarter century. Jazz Cerkno 2018 added to the illustrious tradition with three days of notable performances mostly in a specially erected canvas tent, complete with a sophisticated sound system, adjoining the darkened and homey Bar Gabrijel. What was most evident was how musicians from this country of fewer than 2¼-million people, which arguably has benefitted most economically from the break-up of the former Yugoslavia, can easily hold their own in the international improvised music scene.

Complete report at Jazzword.com

Roots Magic the all-Italian quartet which closed that night’s show and the festival, crafted a startlingly singular blend of 1960s FreeJazz with versions of 1930s Delta classics. Consisting of Alberto Popolla on clarinet and bass clarinet, Errico De Fabritiis on alto and baritone saxophones, bassist Gianfranco Tedeschi and drummer Fabrizio Spera, the four emphasized the Blues continuum, with Spera’s rollicking backbeat helping knit the decades-apart sounds, and the reedists providing both rhythmic oomph and the emotional, near song-like expression.
Remarkably the band sounded perfectly comfortable playing singer Geeshie Wiley’s “Last Kind Words” from 1930 with a coarse clarinet lead, as it did Roscoe Mitchell’s “Old” from the 1960s, which was propelled by a double bass ostinato that easily revealed its Blues underpinnings. Frugal with solos, the rhythm section left the spotlight to Popolla, who proved that chalumeau smears from a bass clarinet can also effectively interpret the melisma of primitive Bluesman Charley Patton; and De Fabritiis whose freak-note elaborations of modernist compositions from John Carter and Julius Hemphill tunes was notable from either of  his saxophones

Photos by Susan O’Connor                                                                                                                                                       

Saturday 19th May – 23rd Jazz Cerkno Festival – Slovenia

Fabrizio Spera Concerts Reviews

Roots Magic so kvartet klasične postave dveh pihal in ritem sekcije, ki z masivnim zvokom obujajo tradicijo predvojnega ameriškega bluesa, a vmes posežejo po nekoliko manj ukoreninjenih mojstrih svobodnejše jazzovske forme. Pri tem je seveda v ospredju bluesovsko občutje, ki sega globlje od golih formalnih in tehničnih žanrskih obrazcev, sam kvartet pa je poudaril ravno bluesovski izvor določene izrazne linije znotraj tokov free jazza. Ognjevit zvok in občutek za mirnejše odtenke je festivalu dodal precej edinstven in ustrezen zaključek. Aleš Rojc – Devnik
Photo by Tomi Peternelj
                                                                                                                                                                                                                                                             Za veliki finale in pravcati pok inventivnega odnosa do tradicije je poskrbel italijanski kvartet Roots Magic, ki preigrava klasike starega bluesa in modernega jazza. Izjemno uigran kvartet je ponudil sočno in skladno igro, znotraj katere sta na enakomeren in hipnotičen ritem kontrabasista in bobnarja pihalca razpletala mamljive in zapeljive nosilne melodije, ki so kar silile v pozibavanje. Medtem ko sta člana ritem sekcije ostajala trdna in neomajna v natančnem metronomskem ritmiziranju, sta si pihalca večkrat privoščila svobodnjaške solistične izlete in s tem podčrtala živost gradiva, ki ga je kvartet jemal iz preteklosti. Živa preteklost, današnji pogled na zgodovino in njena času primerna reinterpretacija – vse to so tudi značilnosti našega festivala Jazz Cerkno, katerega 24. izdajo napovedujejo v času med 16. in 18. majem 2019. Se uidma!  Mario Batelić – Primorsikval                                                                                                                                                                                           
Za učinkovit zaključek pa italijanski kvartet Roots Magic, ki proučuje predvsem starejše bluesovske vire sodobne improvizirane glasbe.    A ti mu služijo le kot navdih za brezkompromisno novojazzovsko muziciranje z obilico plesne dinamike  Darinko KoresVecer                                                                                                                                                                                                                                                                              
Večer, ki je z Lumpertom in ICP Orchestra potekal v znamenju preobražanja zahodnih jazzovskih tradicij, je doživel drugi vrhunec z italijanskim kvartetom, Roots Magic. Njihove priredbe, strnjene na albumih Hoodoo Blues in Last Kind Words, koreninijo delno v času aktivnejših snemanj izvajalcev bluesa – kot sta Charley Patton in Blind Willie Johnson – v dvajsetih letih 20. stoletja, delno pa v priredbah kompozicij kasnejših saksofonistov, kot sta Marrion Brown in Roscoe Mitchell. Roots Magic glas ter besedilo pevcev in pevk skratka pretvarjajo v melos, v prepleteno petje alt saksofona in klarineta, v brnenje čela in v bobnarsko topotanje. To se ponekod izkaže kot fenomenalno izhodišče, ko denimo besede »Dark was the night/Cold was the ground« nadomesti temačno dromljanje, drugod pa ostajajo manj zvesti besedam originala. A v komadih je vseprisotna magija, ki jo čarajo s pomočjo starih napevov in jo pretvarjajo tako v razposajeno energijo free jazza kot v ambient. S sklepno zasedbo večera smo se obiskovalci letošnje edicije Festivala Jazz Cerkno poslovili od fenomenalnega dogodka, občutno obogateni z glasbenim spektrom slišanih zasedb, ki so se potikale po zvočnih stezah jazza in njegovih odvodov. To kaže, da je jazz neločljivo povezan s skoraj vsemi glasbami – Vsi za jazz – jazz za vse!  Radio Student

Veliki finale letošnje izdaje festivala Jazz Cerkno, pa je pripadel italijanski zasedbi Roots Magic, ki jo zastopajo Alberto Popolla (klarinet, basovski klarinet), Errico De Fabritiis (altovski in baritonski saksofon), Gianfranco Tedeschi (kontrabas) in Fabrizio Spera (bobni). Bend je zanimiv po tej plati da rad preigrava standarde bluesa in jih križa seveda s sebi lastno retoriko jazzovskih vsebin, to pa počne z neverjetnim občutkom, povsem nepretenciozno, nalezljivo. Roots Magic, so izredno ubran kvartet, kjer vsi gradniki zvočne slike sobivajo v izjemnem ravnovesju, instinktivnem zaznavanju in se enakomerno izražajo v medsebojnem dialogu polnokrvne spravljivosti ter simbioze. Ne preseneča, ko se bend loteva insertov blues točk, kot so npr. The Hard Blues (Julius Hemphill), Frankie and Albert (tradicionalna), Poor Me ali Down the Dirt Road Blues (obe Charlie Patton), nadalje The Sunday Afternoon Jazz in Blues Society (obe John Carter). Njihova druga plošča izdana v lanskem letu imenovana »Last Kind Words«, v celoti avtorsko delo kvarteta in dostavlja nadaljnje raziskovanje skupine stičnih točk tradicionalnega bluesa z vročekrvnimi prijemi vragolij jazzovske improvizacije. Bend je risal izredno sočne zvočne kontraste, zlasti ko sta se na piedestalu znaša v dialogu bas klarinet in bariton saksofon, kot tudi druge kombinacije instrumentov obeh pihalcev. Izredne čvrst in jedrnat fokus. Enovito ubran. Od prve do zadnje sekunde špila. Ravno prav odštekano, da ni preveč zahtevno in ravno prav spravljivo, da ni preveč enostavno. Nepretenciozno, nenadoma z izrazitim potentnim žarom ter zaletom, že v naslednjem trenutku, pa znova mehko in mično prevzetno. Bendu ni zmanjkalo dinamita, hitro osvojljiva narava glasbe, kot tudi koketni ritmični »groove«, pa je hipoma posrkal poslušalce. Publiko je razganjalo od navdušenja in vseh vibrantnih povratnih reakcij. Roots Magic so za veliki finale dvignili proti nebu prisotne festivala in dostavili piko na i velikemu zabaviščnemu parku tretjega dne festivala, kateremu so pot tlakovali pred tem izvrstni ICP Orchestra. Finalni krešendo torej. Ne čudi, da je publika po koncertu dobesedno razgrabila vse kose albuma »Last Kind Words«.  RockLine

Photo by Nada Zgank

U.S. April 2018 – a (dirt) road diary

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Exploring Chicago

Elastic Arts – April 5th

The Elastic gig

At Bob’s Blues & Jazz Mart with Bob Koester in person

Goin’ down south

At the Dockery Farms 

Searching for Charley Patton

 

The Riverside Hotel in Clarksdale ms

With Roger Stolle in front of the Cat Head Delta Blues & Folk Art inc.

Juke Joint Festival – The Cat Head gig, April 13th

Roots Magic and friends: with Mike and Joyce from Kansas

Folks in front of The Red’s, our favorite joint in Clarksdale

Hearts like railroad steel???


 

 

 

 

 

 

Juke Joint Festival: The New Roxy gig, April 12th

Juke Joint Festival – The Coahoma Collective gig, April 14th

Southern nights

ROOTS MAGIC in CHICAGO

Fabrizio Spera Articles

Italian quartet Roots Magic illuminate the links between rustic blues and earthy free jazz

Posted By Chicago Reader 4/4/2018 at 02.55 PM

Since its beginnings, jazz has engaged with popular music, but it’s largely built on the blues—throughout jazz’s history, countless staples of its repertoire have pushed the genre forward using variants of the elemental blues structure. Blues feeling is integral to jazz as well, whether the quasi-microtonal cry of blue notes or the expressive style of articulation in its sobs and shouts. As jazz has developed, it’s often departed from these roots, but even during the heyday of free jazz in the 60s and 70s artists found ways to meld freedom and heavy blues into something profound and gritty: pioneers such as Julius Hemphill, Olu Dara, Phil Cohran, and Henry Threadgill could write deceptively simple, soulful themes whose broad improvisational latitude their bandmates brilliantly exploited.

Sometimes it takes outsiders to recognize threads like that—the ideas that link jazz’s basic building blocks to the bold practices of avant-garde explorers—and Italian quartet Roots Magic are just such outsiders. They make their Chicago debut tomorrow evening at Elastic, bringing a hardscrabble repertoire that combines Delta blues with free-jazz numbers that convey a heavy blues vibe—they connect those 60s and 70s jazz artists with much earlier blues singers such as Charlie Patton, Geeshie Wiley, and Blind Willie Johnson. Drummer Fabrizio Spera and bassist Gianfranco Tedeschi sculpt agile grooves that are somehow both swinging and dirgelike, over which clarinetist Alberto Popolla and saxophonist Errico De Fabritiis articulate earthy melodies in striated unison, frequently pulling apart for a seconds at a time and then gracefully realigning.

Roots Magic’s second album, Last Kind Words (Clean Feed), includes a version of Roscoe Mitchell‘s classic tune “Old,” which appears on his 1966 debut album, Sound; the stark Hemphill masterpiece “Dogon A.D.,” originally recorded in 1972, which extracts bottomless riches from the most fundamental ostinato groove; and Threadgill’s soulful grind “Bermuda Blues,” released in 1986, which the Italians give a surprising dublike treatment. The record also includes a handful of originals by Popolla that occupy the same primal terrain, where eloquence emerges from simplicity. Below you can check out the group’s rendition of Patton’s “Tom Rushen Blues,” where they tease out lovely melodic threads that have always lurked in the singer’s muscular, stentorian delivery but rarely rise to the surface.

Upcoming Gigs, latest news

Fabrizio Spera Uncategorized

A bunch of upcoming gigs (check out the concerts page) including a Slovenian Premiere at the 23rd Jazz Cerkno Festival on May the 19th

http://www.jazzcerkno.si/en/

Thursday  17th May

  • Orchester 33 1/3 (AUT)
  • Cene Resnik Free Stellar Trio & Rob Mazurek (SLO, ITA, USA)
  • Franz Kafka Ensemble (CRO)

Friday 18th May

  • Kaze (JPN, FRA)
  • Kaučič / Parker / Léandre / Fernández (SLO, GBR, FRA, SPA)
  • Chicago / London Underground (USA, GBR)

Saturday 19th May

  • Satoko Fujii – solo (JPN)
  • ICP Orchestra (NLD)
  • Igor Lumpert & Innertextures (SLO, USA)
  • Roots Magic (ITA)

looking forward !!!

Best Jazz Albums of 2017

Fabrizio Spera Uncategorized

While Roots Magic appeared among the 10 best Italian Jazz groups in the Musica Jazz annual poll, Last Kind Words was voted as one of the best albums of 2017 by the following Jazz critics, online magazines, radios, blogs…
Stuart Broomer (Point of Departure)
Tom Hull (Blog)
Pino Saulo, Antonia Tessitore (Rai Radio 3)
UK Jazz (web radio)
George Grella (Brooklyn Rail, The Wire, Downbeat)
Kevin Koultas (Wxox)
Enrico Romero (Controradio)

Qualche altra buona parola su blues e free

Fabrizio Spera Articles

di Sandro Cerini

http://www.quadernidaltritempi.eu/qualche-altra-buona-parola-su-blues-e-free/

I Roots Magic avevano già sparigliato il 2015 jazzistico italiano sulla scia dell’album Hoodoo Blues & Roots Magic e di recensioni tutte molto favorevoli, non soltanto in ambito nazionale: si era piazzato nelle prime dieci posizioni del poll annuale della rivista Musica Jazz per il 2015, sia nella categoria “Disco italiano dell’anno”, ove era risultato nono, sia in quella “Gruppo italiano dell’anno”, ove si era collocato settimo. Ora per il quartetto romano, compostp da Errico De Fabritiis ai sax contralto e baritono, Alberto Popolla al clarinetto e clarinetto basso, Gianfranco Tedeschi al contrabbasso e Fabrizio Spera alla batteria e alle percussioni giunge il momento del sophomore album, sempre per l’etichetta portoghese Clean Feed.

La continuità stilistica rispetto all’esordio rende Last Kind Words un ideale “secondo tempo” rispetto all’opera prima e, insieme, come lo stesso titolo sembra suggerire, la chiusura di una fase, pur risolvendosi in una forte sottolineatura del canone espressivo fatto proprio dai quattro.
Il gruppo, ispirandosi a un preciso concetto di folklore magico, caratteristico del sud rurale americano, e al contrasto di questo mondo con i ghetti urbani (endiadi ideale niente affatto casuale, che spiega in anticipo anche quale cortocircuito espressivo innervi costantemente la musica), ha preso il proprio nome dal libro Hoodoo Herb and Root Magic, erbario degli accoliti dell’hoodoo. Come ha spiegato Spera, nella scelta del nome del gruppo c’è stata anche una certa dose di casualità:

“In una fase molto embrionale della sua vita mi sono imbattuto sul web in uno strano libro, intitolato Hoodoo Herb and Root Magic, una sorta di ricettario, o meglio un manuale pratico basato sull’esperienza della tradizione magico-misterica africana-americana che va sotto il nome di hoodoo. Vi si trovano informazioni botaniche su erbe, radici e indicazioni vere e proprie su come preparare pozioni e creare talismani personalizzati (le tipiche mojo bags), per arrivare a filtri magici e cose del genere. Questa strana suggestione, che ovviamente corrispondeva già a dei nostri interessi relativi al folklore magico del Sud rurale e alla sua riscoperta in chiave «urbana» – argomenti che hanno già fatto parte della ricerca e del mondo espressivo di musicisti che ci sono cari, come, giusto per fare un nome, Julius Hemphill – spiega sia il nome del gruppo che quello del disco, Hoodoo Blues & Roots Magic” (cfr. Cerini, 2016).

E forse proprio la magia e l’hoodoo potevano spiegare (senza ricorrere a troppe complicazioni concettuali) l’evento del blues trapiantato a Roma e lo spiazzante effetto sortito dalla pubblicazione dall’album, nell’estate del 2015. Il disco fu di grandi esiti, riuscendo a fondere blues del Delta e free jazz, pur mantenendo appieno la ritualità di entrambi i contesti artistici, in modo del tutto naturale e privo di astrazione autoreferenziale, anzi con la capacità niente affatto frequente di portare verso il pubblico una musica mai compiaciuta di sé, gravida di umori e foriera d’una capacità comunicativa per più versi esplosiva, sempre viva e pulsante e mai dimentica di antiche funzioni coreutiche. In una scaletta dominata dalla tradizione nera, vecchia e nuova spiccavano il fremente impatto di The Sunday Afternoon Jazz and Blues Society e il suggestivo momento centrale, che incatenava misteriosamente Dark Was the Night e A Call for All Demons. Quali numi tutelari esplicitamente dichiarati: Charley Patton, Sun Ra, Julius Hemphill, John Carter, in una continua, vertiginosa, commistione tra vecchio e nuovo. Popolla ha spiegato così l’origine del repertorio scelto dal gruppo, focalizzando alcune sue coordinate espressive:

“All’inizio non c’era stata una programmazione definita verso questa direzione artistica e siamo andati avanti con un doppio repertorio, anche se la confluenza tra il blues e un mondo espressivo più legato alla musica improvvisata è venuta naturale. La sfida è stata quella di usare materiali provenienti dal repertorio del blues rurale – vera e propria miniera d’oro – e rimodellarli secondo l’esperienza accumulata attraverso la pratica del jazz e dell’improvvisazione. Non credo che l’autoreferenzialità sia necessariamente fonte di effetti negativi, proprio in ragione della presenza di raggruppamenti sociali diversi che possono fungere da orizzonte di attesa rispetto alle singole proposte. Vedo invece come un grande problema di questi tempi l’esistenza di un’estrema parcellizzazione: è saltata una rete che prima permetteva ai vari àmbiti di intrecciarsi fra loro. Questo inoltre è successo per quanto riguarda la mobilità trans-generazionale, fortemente ridotta se non del tutto assente” (ibidem).

La giustapposizione di tradizione e innovazione e la valorizzazione di una matrice fortemente africana-americana sono stati da subito la specifica cifra artistica del gruppo, talvolta iconizzata, nei concerti, attraverso la proposta, in sequenza di Pee Wee Blues (di Pee Wee Russell) e della già citata The Sunday Afternoon Jazz and Blues Society (di John Carter). Questo confronto intelligente e arguto, che coinvolge direttamente la storia del clarinetto, è stato utilizzato quasi a mo’ di tesi, approdando a una dissertazione finale in cui i confini si confondono e gli assunti di partenza non sono poi così scontati, perché in fondo la ragion d’essere di questa musica è proprio nella tensione permanente tra la forma e la sua dissoluzione, tra il vincolo e la libertà. Tedeschi chiarisce così il punto di vista del quartetto al riguardo:

“Si pensa sempre che vi sia uno sviluppo di tipo lineare e progressivo, mentre nei fatti il sistema è circolare, spiraliforme. Noi abbiamo visto il ritorno a forme chiuse come un passo in avanti. Non vorrei fare paragoni insostenibili, ma qualcosa di analogo è avvenuto in settori artistici diversi. Ad esempio nelle arti figurative, con il cosiddetto «ritorno ad un altro ordine»: basti pensare all’ultimo Picasso, che per far sorgere figure di altri tempi si riappropria di un sistema di segni che sintetizza tutti i suoi precedenti stili. Dopo questa esperienza per me è difficile tornare a forme improvvisate totali, perché in una certa misura non mi convincono più. Può essere bello chiudersi nella gabbia ideale delle strutture se si possiede la chiave per uscirne, perché è vero che se puoi uscire puoi anche tornare quando vuoi” (ibidem).

A sua volta De Fabritiis precisa che:

“L’esistenza d’una struttura produce sempre degli effetti tranquillizzanti, ma ciò non significa che le cose siano più semplici. Per me, ad esempio, il lavoro su questo repertorio ha significato il confronto con la forma del blues non soltanto come questione stilistica ma soprattutto in relazione al contenuto. Il confronto e lo scambio con gli altri, e con Fabrizio in particolare, ha avuto un ruolo fondamentale” (ibidem).

Nell’album più recente (ove sono della partita anche Luca Venitucci, che aveva già collaborato al disco d’esordio, all’organo e al pianoforte, e Luca Tilli, al violoncello) il gruppo ha con ogni evidenza perseguito l’allargamento del proprio repertorio (obiettivo del resto tenuto in vista fin da subito) e il consolidamento d’una forma espressiva affatto personale, che lo conferma tra le realtà italiane più interessanti del momento. L’impatto complessivo è forse un po’ meno travolgente di quello dell’esordio, ma esso, nell’insieme, si avvantaggia di un finissage più brillante e di una perfetta messa a punto dell’interazione dei fiati, in continua e bruciante rincorsa tra loro. Restano ferme le capacità già dimostrate da una ritmica inscalfibile e la quadratura globale di una compagine che più di ogni altra cosa dà senso alla parola gruppo, raggiungendo un totale complessivo superiore alla somma delle pure eccellenti individualità. Tra Charley Patton e Roscoe Mitchell, Julius Hemphill e Geeshie Wiley, Henry Threadgill e Pee Wee Russell, sino a giungere a Marion Brown i confini che separano vecchio e nuovo si confondono ancora e nulla ha il sapore delle cose scontate. Tra i vertici del disco vanno segnalati il brano eponimo, Tom Rushen Blues, una versione magistrale di Dogon A.D. e Pee Wee Blues. Non è un caso che si ritorni anche a Poor Me, che fu già nell’album di esordio, a segnare quasi il compimento di un ciclo ideale. Le “ultime buone parole” andavano dette e questo era il modo migliore per farlo. Una versione “quasi dub” di Bermuda Blues chiude la scaletta con uno stralunato senso di distacco che prelude al futuro, forse in parte già annunziato dalla collaborazione recente con Ab Baars e Ig Henneman.

Letture
  • Sandro Cerini, Intervista a Fabrizio Spera, Musica Jazz, 22 Publishing, Milano, dicembre 2014.
  • Sandro Cerini, Intervista ai Roots Magic, Musica Jazz, 22 Publishing, Milano, maggio 2016.

Le radici e la storia

Fabrizio Spera Interviews

Intervista ai Roots Magic, freschi del secondo disco (Last Kind Words) per Clean Feed

Enrico Bettinello

http://www.giornaledellamusica.it/articoli/le-radici-e-la-storia-roots-magic

Giunti al secondo disco per la portoghese Clean Feed, i Roots Magic confermano di essere uno dei gruppi più intensi della nostra scena jazz. Il clarinettista Alberto Popolla, insieme al sassofonista Errico DeFabritiis, al contrabbasso di Gianfranco Tedeschi e alla batteria di Fabrizio Spera costituiscono infatti un formidabile combo che si muove nel solco della più rovente tradizione creativa nera.

Non a caso anche in Last Kind Words – questo il titolo del nuovo disco – i quattro (con ospiti come Luca Venitucci o Luca Tilli) rileggono con grande freschezza temi di Charley Patton, di Julius Hemphill, di Roscoe Mitchell, ma anche di Henry Threadgill. Musica dalle sane radici blues, che nasce dall’urlo, dall’anima, musica che in parte ha trovato una sua storicizzazione, ma che con i Roots Magic dimostra di essere sempre portatrice di una sana energia emotiva.

Per raccontarci la loro musica abbiamo incontrato i Roots Magic.

Come nasce il gruppo?

ALBERTO POPOLLA: «Il gruppo è nato circa quattro anni fa, ma la nostra amicizia e frequentazione musicale risale a molto tempo prima. All’inizio il repertorio era molto diverso, lavoravamo principalmente su composizioni originali e avevamo anche un pianista. Rimasti presto in quattro, e con un nuovo suono tutto da sperimentare, un giorno Fabrizio propose di lavorare su “The Hard Blues” di Julius Hemphill, ed è lì che è nata l’idea alla base del nostro repertorio attuale, dal grande piacere che provammo nel riarrangiare e suonare questo bellissimo brano».

Tra le cose che avete ripescato, c’è il Marion Brown di November Cotton Flower, un disco tutto sommato non conosciutissimo.

FABRIZIO SPERA: «Effettivamente “November Cotton Flower” proviene da uno dei suoi album meno noti e forse complessivamente più deboli. Eppure il fascino di quel tema di sole quattro note, unito all’ispirazione poetica proveniente dall’omonimo testo di Jean Toomer, ne fanno un brano, per noi, particolarmente significativo. Marion Brown è stato tra i primissimi musicisti di jazz che ebbi la fortuna di vedere dal vivo tra il 1979 e l’80. Ricordo che come quindicenne più avvezzo alla presenza scenica dei gruppi rock, rimasi particolarmente colpito dalla grande quiete e dall’estrema familiarità dell’uomo, e del suo stare in scena. Da lì in poi, la fascinazione per la sua musica non mi ha mai abbandonato».

Come nascono queste vostre scelte?

FABRIZIO SPERA: «La scelta di brani di Hemphill, Mitchell, Olu Dara e altri proviene essenzialmente dalla passione maturata negli anni per queste persone, per la loro storia e la loro musica. A volte l”ispirazione è rafforzata dall’esperienza diretta, come nel caso del pezzo di Hamiet Bluiett, la cui scelta ha a che fare con il ricordo di un concerto del World Saxophone Quartet (Hemphill, Lake, Murray, Bluiett) insieme a Max Roach, al teatro dell’Opera di Roma nell’82. Vi lascio immaginare l’effetto propulsivo di quell’unisono di quattro sassofoni e batteria».

Anagraficamente avete avuto modo di ascoltare spesso dal vivo i vari Hemphill, Carter, Bluiett, Mitchell, negli anni Ottanta, quando spesso erano in Italia?

FABRIZIO SPERA: «In Italia, tra gli anni Settanta e i primi Ottanta, molti di questi musicisti erano praticamente di casa. Li si poteva vedere frequentemente dal vivo, sia in situazione di piccoli club, che di grandi festival. La cosa interessante è che anche se d’avanguardia, raramente questi nomi venivano ghettizzati in programmi o contesti ad hoc. Molto spesso negli stessi cartelloni, figuravano sia i grandi del mainstream come Johnny Griffin, Phil Woods, Art Pepper, che i già maturi Sam Rivers, Don Cherry e Sun Ra,  senza escludere i giovani leoni dell’avanguardia di allora, soprattutto quella proveniente da Chicago, St.Louis e New York. Club e teatri erano sempre molto affollati, la partecipazione del pubblico era, almeno apparentemente, attiva e rumorosa. Ricordo qualcuno che durante un’articolata presentazione di Joseph Jarman, dal palco di un teatro, si alzò chiedendo perentoriamente che l’organizzazione traducesse le parole di Jarman sul significato di Great Black Music. Oppure un gruppo di persone che immediatamente dopo un concerto di Braxton andò da lui chiedendo di descrivergli i suoi pensieri e le sue emozioni durante la performance».

Sia nel precedente lavoro che nel nuovo Last Kind Words, mi sembra infatti evidente che l’universo di riferimento sia quello nero, sia del blues che della linea di discendenza avanguardistica che passa per Chicago e Saint Louis. Come lavorate su questi materiali?

ALBERTO POPOLLA: «Il nostro lavoro è essenzialmente collettivo. Ascoltiamo insieme il materiale originale e scegliamo quello che ci convince di più. Poi uno di noi si incarica di trascrivere il brano e di formulare un primo arrangiamento, che poi, durante le prove, verrà modificato e spesso stravolto. Da questo punto di vista, il nostro, è un procedimento molto vicino a quello di un gruppo rock, per quantità e regolarità di prove e per l’elaborazione fortemente collettiva del materiale».

Qualche parola sul ruolo dei clarinetti in questa evoluzione del linguaggio nero…

ALBERTO POPOLLA: «Il clarinetto nel jazz risente ancora troppo della forte impronta lasciata dai grandi band leader del periodo swing, Goodman, Shaw, Herman. Le sonorità e l’estetica del clarinetto nel jazz sono spesso associati allo swing, al virtuosismo, al suono levigato e gentile. Tutto questo mette assolutamente in ombra il ruolo fondamentale avuto all’inizio della storia del jazz e del blues. Il clarinetto può anche avere un suono scuro, rabbioso, graffiante. Non a caso noi abbiamo recuperato il bellissimo The Sunday Afternoon Jazz and Blues Society di John Carter, uno dei pochi a suonare il clarinetto in un modo decisamente diverso dal modello classico. Nel nostro nuovo cd c’è “Pee Wee Blues” di Pee Wee Russell, un altro clarinettista che, seppur associato al jazz tradizionale, aveva un modo di suonare così particolare da essere lontano anni luce dal linguaggio dei clarinettisti swing. Questo discorso vale ovviamente per il clarinetto, ma non per il clarinetto basso che, curiosamente, ha avuto una storia radicalmente opposta al suo parente più famoso. Qui fu Dolphy a dare allo strumento la dignità di protagonista e non solo di comprimario. Ovvio che questo ha comportato poi un’evoluzione musicale differente per il clarinetto basso, strumento da sempre associato al jazz d’avanguardia».

Come è accaduta la collaborazione con la Clean Feed, per la quale siete uno dei pochissimi gruppi italiani a incidere?

ALBERTO POPOLLA: «La Clean Feed è stata la nostra prima scelta al momento di cercare una produzione possibilmente coerente al nostro progetto. Abbiamo spedito il materiale del nostro primo disco a Pedro Costa e lui ne è rimasto subito entusiasta, intervenendo attivamente anche nella scelta dei brani e alla composizione della scaletta finale. Visto il successo del primo disco, è stato naturale proseguire la collaborazione anche per Last Kind Words».

Nonostante l’ottima accoglienza del precedente disco, non vi vedo molto spesso nei cartelloni di festival e rassegne fuori Roma, come mai?

GIANFRANCO TEDESCHI: «Una delle funzioni primarie, dal mio punto di vista, dovrebbe essere la valorizzazione di nuove proposte musicali e la capacità di scovare nuovi talenti. Questo implica una competenza e una conoscenza del panorama musicale da parte del direttore artistico che si ottiene solo attraverso l’ascolto di materiale, la lettura di recensioni critiche, ma soprattutto la partecipazione ai concerti dal vivo. Questo accade in Italia? Molti direttori di festival, il più delle volte, sono interessati a far funzionare la singola edizione, diventano quindi un filtro tra le pressioni economiche e le preferenze spesso modaiole del pubblico. Quindi ci si rivolge spesso ad agenzie che vendono pacchetti di artisti affermati con un risparmio da un punto di vista organizzativo. Per questo si vedono gli stessi nomi in diversi festival.

Un altro ruolo sociale importante riguarda il pubblico. Un bel festival è quello che stimola, incuriosisce, provoca e stupisce con scelte nette e coraggiose. Quello che vedo spesso invece è cercare di arrivare alla fine del programma con un mix che accontenta il più possibile tutti. Quindi riguardo ai Roots Magic, oltre alla risposta iniziale, penso che gli organizzatori di festival (tranne rari casi) non sanno chi siano e non li abbiano mai sentiti né su disco né dal vivo. Forse non è un caso che, almeno per adesso, gli inviti sono giunti principalmente da festival all’estero».

Alberto, Errico e Gianfranco suonano anche nei Freexielanders, insieme a due musicisti “storici” della nostra musica di ricerca come Schiaffini e Colombo. Cosa vi lega, se qualcosa vi lega, a quella scena italiana più sperimentale?

ERRICO DE FABRITIIS:  «A Roma, per chi come noi si interessa agli aspetti meno convenzionali del jazz, il rapporto con la storia è rappresentato da musicisti come Schiaffini, Colombo, e finché ha vissuto, dall’insostituibile Mario Schiano. Mi sono trasferito nella capitale a metà anni Ottanta e le prime esperienze e collaborazioni hanno avuto luogo con musicisti che orbitavano nell’ambito di Schiano. In questo percorso, inevitabilmente, fra le figure di riferimento c’erano Schiaffini e Colombo. Far parte dei Freexielanders è una naturale conseguenza del mio percorso musicale e umano».

Quali sono le esperienza musicali contemporanee che ti interessano di più, i colleghi – anche non italiani  – con cui ti piacerebbe collaborare?

ALBERTO POPOLLA: «Un musicista con il quale ci piacerebbe collaborare è Marc Ribot, sia ovviamente per il suo valore specifico, che per il desiderio e la curiosità di integrare il suono di una chitarra elettrica nella tessitura essenzialmente acustica del gruppo. Un’ esperienza musicale di notevole interesse in questi ultimi anni mi sembra sia Snakeoil di Tim Berne. Oscar Noriega è un clarinettista che mi piace molto».

Cosa ascoltano i Roots Magic in queste settimane?

ALBERTO POPOLLA: «The Necks, Drive By e Eric Schaefer, Kyoto mon Amour».

ERRICO DE FABRITIIS:  «, Paul Motian, Monk in Motian,  e Julius Hemphill, Blue Boye».

GIANFRANCO TEDESCHI: « Bela Bartók, String Quartets, e l’Hampton Hawes Trio».

FABRIZIO SPERA: «Shabazz Palaces e Olu Dara & Phillip Wilson, Esoteric».

Quali i prossimi progetti dei Roots Magic?

ALBERTO POPOLLA: «Qualche mese fa abbiamo fatto un bellissimo lavoro in collaborazione con Ab Bears e Ig Henneman, e sicuramente ci piacerebbe continuare a mettere alla prova il nostro repertorio anche con altri musicisti. In ogni caso al momento siamo impegnati nella promozione di Last Kind Words e allo stesso tempo nell’elaborazione di nuovo materiale per un prossimo nuovo repertorio».