The TomaJazz interview

Fabrizio Spera Interviews

After a good review of our last album, the fine folks at TomaJazz proposed an interview. Here’s the spanish version  https://www.tomajazz.com/web/?p=52324, and here below the italian version.

La musica dal vivo, compreso il jazz, è una delle vittime della pandemia COVID-19. In che modo vi sta toccando? E al di là della vostra particolare situazione, che impatto ha avuto sulla scena musicale italiana?

Tra Marzo e Maggio 2020, durante la prima e per ora maggiore emergenza ci siamo trovati a dover accettare un lungo periodo di restrizioni. In un clima di distanza fisica e di conseguente overdose informatica, abbiamo continuato a lavorare individualmente, ognuno per se, nel silenzio fino ad allora sconosciuto della propria abitazione e del proprio quartiere. Una condizione nuova nella quale tutti abbiamo percepito un diverso rapporto con lo spazio e il tempo. Nel corso dei nostri incontri settimanali via Zoom abbiamo fatto il possibile per mandare avanti il lavoro curando quelle attività che in genere vengono risucchiate dal ritmo convulso della cosiddetta “normalità”. Abbiamo ascoltato e catalogato vecchie registrazioni, abbiamo montato e pubblicato materiali video, tutto ciò mentre assistevamo all’evolversi di un scenario tutt’altro che rassicurante. Abbiamo visto come l’inaspettata irruzione di un agente sconosciuto, esterno al consueto ordine di idee, può effettivamente mettere in crisi un intero sistema. Abbiamo assistito a come questa irruzione abbia improvvisamente accelerato il processo di maturazione di una serie di criticità sociali pregresse per poi esploderle trasversalmente a tutti i livelli. Insomma, un’esperienza non da poco. In questa condizione ancora tutta in divenire non possiamo fare altro che raccogliere il meglio, trasporlo alle nostre vite e possibilmente applicarlo alla nostra arte.

Con i club chiusi, la distanza di sicurezza, le mascherine… come prevedete il futuro del jazz nei prossimi anni?

Il futuro non è prevedibile, lo dimostra l’avvento di questa pandemia. Il settore della musica già in crisi rischia ora il crollo. La nostra musica si esprime al meglio quando è suonata dal vivo, di fronte a un pubblico che ascolta, e ora con le nuove norme, è naturale che saremo a lungo penalizzati. Difficile dire se quest’esperienza servirà ad una qualche riconsiderazione di quegli schemi, di quelle routine che alla luce di questa crisi appaiono ora come meccanismi insani. Difficile dire se saremo capaci a ridimensionare anche solo minimamente l’estremo dinamismo globale per tornare a porre l’attenzione sulla realtà delle nostre comunità locali. Sul piano istituzionale, ora più che mai c’è bisogno di interventi pubblici che supportino  progetti, festival, rassegne, club ecc. Ma sopratutto c’è necessità di salari minimi garantiti per le persone che vivono di sola arte.  La civile Europa sarà in grado di rispondere?  In tutto ciò va detto che nel corso dell’estate qui in Italia grazie all’audacia di alcuni organizzatori, qualcosa ha ripreso a muoversi e anche noi siamo finalmente riusciti a risuonare più volte dal vivo. Ora la preoccupazione è per la tagione invernale e per l’incognita su come certe attività potranno essere gestite nei luoghi al chiuso.

Roots Magic è un nome davvero interessante. Da dove viene l’ispirazione per il nome del gruppo?

Il nome proviene dalla scoperta sul web di un libro intitolato “Hoodoo Herbs and Root Magic”, una sorta di manuale basato sull’esperienza magico misterica propria della tradizione culturale Afroamericana. Qualcosa di effettivamente lontano dalla nostra realtà ma proprio per questo densa di fascino e in stretta corrispondenza con il mondo espressivo a cui dichiaratamente ci ispiriamo.

Come è nata l’idea di mescolare il deep blues degli anni ’20 e ’30 con il free jazz?

All’origine di questo gruppo non c’è nulla di prestabilito. Tutto si è sviluppato spontaneamente attraverso la semplice messa in campo dei nostri interessi, ricerche e passioni. Abbiamo iniziato suonando musica nostra fino a quando un giorno decidemmo di arrangiare The Hard Blues di Julius Hemphill, un brano e un compositore a cui ci sentiamo particolarmente legati.  Il piacere scaturito dal suonare quel pezzo ci ha spinto a proseguire in quella direzione e aprire così un nuovo percorso motivato dalla radice Blues. La connessione fra  Blues delle origini e Jazz creativo si è sviluppata naturalmente e non esprime altro che la nostra passione per queste musiche, un qualcosa nato molto prima che ci riunissimo come gruppo. 

Come funziona il processo in cui le classiche strutture del Delta blues si trasformano in composizioni più moderne? Come si svolge questo processo creativo?

Il Blues arcaico è un materiale potente e allo stesso tempo molto malleabile. Si presta ad essere modificato, arrangiato e riscritto pur mantenendo intatta la sua incredibile forza comunicativa. Di solito uno di noi si occupa della trascrizione del brano e ne propone un primo possibile arrangiamento che a sua volta diverrà oggetto di discussione e rielaborazione collettiva.   

Nel vostro ultimo album, “Take Root Among the Stars”, lavorate con brani di Charley Patton, Phil Cohran, Skip James… Quali altri nomi vi ispirano per il futuro

Molto presto inizieremo a lavorare su materiali originali. Dopo tre album sentiamo l’esigenza di ristabilire le proporzioni tra l’attività di arrangiamento di pezzi altrui e il lavoro compositivo su materiali  originali, senza però interferire con l’ispirazione e il riferimento alla matrice Afroamericana che ci ha caratterizzato fin qui. In generale non ci dispiacerebbe metter mano alla musica di alcune donne della prima ora come Ma Rainey e Bessie Smith e per quel che riguarda il repertorio più contemporaneo, l’attenzione potrebbe dirigersi su figure come Horace Tapscott e Wadada Leo Smith.

Quello che mi colpisce di questo album è come sia in grado di connettersi con il pubblico, senza dover necessariamente sapere nulla di blues o di jazz. Questo è qualcosa che si raggiunge anche nei vostri altri album: pensate che a volte il jazz pecchi il contrario? Che richieda un esercizio di “intellettualità”?

Una delle qualità di questo gruppo è effettivamente quella di riuscire a coinvolgere un pubblico ampio, trasversale e non necessariamente esperto. E’ la presenza del Blues e della sua vitalità che aiutano a superare le difficoltà di fruizione legate ad un linguaggio più complesso ed elaborato come il jazz. Va però detto che troppo spesso l’ascoltatore rischia di essere vittima del proprio pregiudizio. Spesso tende a porre una sorta di barriera difensiva rinunciando troppo facilmente sia al semplice piacere dell’ascolto, sia alla facoltà di elaborazione critica. Insomma crediamo che su questo punto, al confine fra queste due tendenze, musicisti e pubblico, nessuno escluso, dovrebbero trovare un loro equilibrio e un loro punto d’incontro.

Considerate la possibilità di un futuro album in cui partiate da composizioni moderne e che passino attraverso il filtro free che vi caratterizza?

Come già detto, in futuro inizieremo a lavorare su materiali di nostra composizione, tuttavia non è escluso l’inserimento in repertorio di autori e brani più vicini a noi. Tendiamo per nostra natura ad un approccio inclusivo, crediamo nella fluidità fra radici e futuro. Questa è da sempre una grande caratteristica di tutta la musica Afroamericana. Una qualità che spesso si contrappone con la tendenza Europea alla separazione non sempre motivata in categorie di genere, stile, tempo.

Quali sono i gruppi del panorama musicale italiano ed europeo che vi ispirano di più? Qualche gruppo o artista spagnolo che ha attirato la vostra attenzione?

In questi anni, la scena Italiana è molto cresciuta. Il numero di giovani e bravi musicisti apparsi sulla scena è impressionante. Ciclicamente in Europa assistiamo all’esplosione di alcuni fenomeni come l’attuale rivelazione soprattutto mediatica di una nuova generazione di jazzisti Britannici o il rinnovato fiorire della scena Scandinava. Senza fare nomi e classifiche possiamo certamente dire che la comunità è in netta espansione e che Roots Mgic è in buona compagnia.  

Quali sono i vostri obiettivi per i prossimi anni?

Suonare il più possibile da vivo, elaborare un nuovo repertorio per un quarto album, allacciare nuove collaborazioni, ma per tutto questo c’è tempo, per ora ci godiamo Take Root Among the Stars!

Rudy de Juana, 2020

Return to Sant’Anna Arresi

Fabrizio Spera Concerts Reviews

Sant’Anna Arresi, la storia continuaNazim Comunale

Ai confini tra Sardegna e Jazz – 31 Agosto 2020 – 06 Settembre 2020

… Molto, molto meglio il finale con Roots Magic: il quartetto romano apre con una versione mesmerica di “Dark Was the Night, Cold Was the Ground” di Blind Willie Johnson, e sono brividi: l’idea di far sposare il blues ed il free è acuta e viene declinata in modo eccellente. Tra radici e magia, tra ieri e domani, ancient to the future come diceva l’Art Ensemble of Chicago, i quattro musicisti, sensibili e ispirati, si perdono nello spazio come la sonda Voyager su cui viaggia il disco con il leggendario blues del 1927, in un luogo dove presente, passato e futuro si fondono e si confondono in un’unica, sterminata, minacciosa e materna nebulosa. Sono tanti i nomi tirati in ballo nel concerto, da Julius Hemphill a Skip James, da Kalaparusha McIntyre a Olu Dara, sino a Milford Graves. Una lezione di storia per nulla polverosa ma vibrante ed energica: i dischi, pubblicati da Clean Feed (l’ultimo è Take Root among the Stars, fresco di uscita) andrebbero fatti ascoltare a chi crede che il free sia una musica che non arriva alle e dalle viscere. Ottima l’intesa tra Fabrizio Spera (batteria), Enrico De Fabritiis ( sassofoni), Alberto Popolla (clarinetti) e Gianfranco Tedeschi (contrabbasso), nell’attesa di ascoltare più materiale autografo da una band che in nove anni ha saputo perfezionare a oggi un meccanismo capace di marciare a pieno ritmo.

End of the year (2019) update

Fabrizio Spera Uncategorized

Besides a few gigs (including a welcomed return to Sicily) we spent most of the fall working on the new album, our third for Clean Feed, which has been scheduled to be out in march 2020.
This will be another trip across the land of Deep Blues and Creative Jazz. The new repertoire includes highly reworked tunes by Skip James, Kalaparusha Maurice McIntyre, Charles Tyler, Ornette Coleman and Lee Perry (yes him!!!) plus new works on some of Roots Magic’s favourite composers, Charley Patton, Phil Cohran, John Carter and Sun Ra. All music was well recorded by Gabriele Conti at the Stone Recording Studio in Rome while mixing and mastering were made at the brand new Jambona Lab studio in Livorno by master Antonio Castiello with great assistance by Aldo de Sanctis. The new year will start off with some good gigs (see the “concerts” page) including a very welcomed appearance at the Padova Art Center concert series. That’s all for now and stay tuned for more updates.

Palermo – October 2019

TORINO – PIAZZA dei MESTIERI May – 17th – 2019

Fabrizio Spera Concerts Reviews

Piercarlo Poggio’s Review – Blow Up magazine, July 2019

L’avvio è Last Kind Words, tratto dall’esiguo songbook della ragazzaccia d’altri tempi Geeshie Wiley. Il blues rurale earcaico del Delta è uno degli ambiti a cui volentieri si attacca la band, quello nel quale i loro arguti travisamenti raggiungono la massìma fioritura. Lo confemano le ispirate renditlon di Down The Dirt Road Blues, Tom Rushen BIues e Mean Black Cat BIues di Charley Patton e Devil Got my Woman di Skip James Altro filone di indagine è il free storico, indagato nei risvolti meno ap-
pariscenti. Aleggiano così sul palco Old (Roscoe Mitchell) Humilty in the Light of Creator (Kalaparusha Maurice Mctntyre), November Cotton Flower (Marion Brcwn), A Gírl Named Rainbow (Omette Coleman) e infine l’accoppiata The Sunday Af-
ternoon Jazz and Blues Society (John Carter) e Pee Wee Blues (Pee Wee Russell) tradizionalista sì ma dallo stile anticipatore). E visto che gli applausi per Popolla (clarinefti), Spera (batteria), Tedeschi (contrabbasso) e De Fabritiis (alto e baritono) fioccano, l’inevitabile bis è When there Is no Sun di Sun Ra.
Piercarlo Poggio

Roots Magic – Live in BS – Review

Fabrizio Spera Concerts Reviews

Roberto Pepe – www.traccedijazz.com

Le magiche radici del Blues hanno allungato le loro ramificazioni anche in quel di Brescia, dove alla fine di febbraio hanno infuocato la segreta del noto locale Carmen Town, in pieno centro storico, su invito dell’associazione culturale Indica che ha organizzato il concerto e che sta animando l’orizzonte musicale bresciano. I Roots Magic “vengono da lontano e vanno lontano”, come si diceva una volta, e l’assunto togliattiano si è svelato in modo inequivocabile soprattutto nel loro secondo album “Last Kind Words”, uscito a fine 2017 per Clean Feed e riproposto pressochè per intero ad un pubblico in larga parte giovane e molto partecipe alla proposta che veniva via via illustrata, con pochi e sapidi tratti descrittivi, dal batterista Fabrizio Spera. La peculiare ed esplosiva line-up (Fabrizio Spera batteria, Errico De Fabritiis sax contralto e baritono, Alberto Popolla clarinetto/clarinetto basso e Gianfranco Tedeschi, contrabbasso) e l’orgogliosa scelta di un repertorio assai connotato (Blind Willie Johnson, Julius Hemphill, Charley Patton, Marion Brown, Ornette Coleman) rendono i Roots Magic uno dei gruppi più interessanti attualmente sulla scena, legati a filo triplo ad una linea nera che risale da antichi country blues d’inizio ‘900, riportati a nuovo splendore, per miscelarsi, con naturalezza e maturità d’espressione, in riletture squisitamente tipiche del jazz che una volta veniva definito avanzato o d’avanguardia e che ora grazie alla storicizzazione avvenuta -e ad un corale studio sul materiale dell’intera band- dimostra di mantenere contenuti assai freschi ed attuali, in grado di fare presa su un pubblico più ampio della canonica platea jazz oriented.

roooots

Pronti via, ed è subito “Down the Dirt Road Blues” (Charley Patton) – apripista dal riff criminale posto anche in apertura di disco – con Popolla e De Fabritiis sugli scudi a resuscitare un blues ipnotico e denso come lava rovente. Il concerto regala poi una gemma risalente al 1930 della mitica e misteriosa blues girl Geeshe Wiley (“Last Kind Words”, appunto, da riascoltare nella versione originale voce e chitarra che aveva affascinato anche Rhiannon Giddens che la incise alcuni anni fa in un LP Nonesuch) e che qui pare evocare una graphic novel di Richard Crumb, con il clarinetto che cerca tracce oscure sul tappeto ritmico dolentemente steso, com’è giusto che sia, trattandosi di un testo crudo che parla di addii, schiavitù, morte, conflitti, assenza, insomma blues fino al midollo. La fioritura del cotone a Novembre è di per sé un evento magico e questo sogno (“November Cotton Flower”, di Marion Brown) aleggia negli archi antichi di questa sorta di cripta che ospita gli astanti in contrada del Carmine, in sospensione, come le parole di Jean Toomer legate al brano che brillano anche in loro assenza, sempre più luminose in questi tempi cupi in cui pare avvolto il BelPaese rappresentato al meglio da un Governo inquietante, marcatamente razzista. E così mentre sfila il repertorio non si può non avvertire l’urgenza e l’attualità di questi brani suonati con una professionalità e un rigore che può essere figlio solo di grande convinzione e di tantissime prove. Suonano attuali i nuovi arrangiamenti di rabbiose digressioni free-blues di Julius Hemphill, di lancinanti richiami di Dolphy che stemperano nel funk, o della chiamata a triplo sei di Sun Ra (“Call all Demons”) mentre va a bersaglio anche una sorta di sigla che suona come marchio di fabbrica Roots Magic in un incedere che si fa ironicamente parossistico (“The Sunday Afternoon Jazz And Blues Society” brano anni ’70 di John Carter e Bobby Bradford -altro disco da recuperare!- contenuto nel primo episodio Roots Magic significativamente intitolato “Hoodoo Blues”).
Si diceva del pubblico, coinvolto e partecipe, dopo un breve bis la notte bresciana ci requisisce, affollata come il piano superiore del locale che oltre ad offrire una spettacolare selezione di gin spara un po’ di piatta musica dance senza che questo scalfisca i sorrisi e il mood di chi ha assistito a un rituale di cui probabilmente si avvertiva una certa necessità. Se passano dalle vostre parti non fateveli scappare, “I’m goin’ away, to a world unknown…” 

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Ken Waxman’s report on Jazztopad 2018, Wroklav (Poland)

Fabrizio Spera Concerts Reviews

…In contrast, one band that has achieved and amplified the balance between its varied influences is the Italian Roots Magic quartet that played the NFM Friday night. Taking its inspiration from 1930s Delta Blues and 1960s free jazz, Alberto Popolla on clarinet and bass clarinet, Errico De Fabritiis on saxophones, bassist Gianfranco Tedeschi and percussionist Fabrizio Spera became a cohesive unit that subtly educated as it entertained. Unlike the free-form the members brought to earlier house concert jams, the carefully introduced material which encompassed compositions ranging from Roscoe Mitchell and Kalaparusha Maurice McIntyre to Charley Patton and Blind Willie Johnson, was both righteous and raucous and performed with no hints of Italian melodrama. Instead, thick double bass stops and popping drum beats provide enough ballast upon which Popolla’s fluid double-tonguing and De Fabritiis baritone snorts or staccato alto runs isolated the tunes’ essence to create a transformative narrative.

Read the complete report at Jazzword

Roots Magic, an Italian quartet spurred by clarinetist Alberto Popolla and drummer Fabrizio Spera, made their Polish debut with a soulful sound, drawing deep connections between early Delta blues and “The New Thing”. Thus the setlist ranged from Geeshie Wiley’s “Last Kind Words”, Charley Patton’s “Down the Dirt Road Blues” and Blind Willie Johnson’s “Dark Was The Night (Cold Was The Ground)” to Roscoe Mitchell’s “Old”, Ornette Coleman’s “A Girl Named Rainbow”, Maurice McIntyre’s “Humility in the Light of the Creator” and Marion Brown’s “November Cotton Flower”, encoring with Sun Ra’s “A Call for All Demons”. By set’s end, any heretofore unsuspected connections between down-home blues and avant jazz had become patently obvious. Tom Greenland – New York City Jazz Records – January 2019

Jazztopad review by Henning Bolte (Allaboutjazz)

Fabrizio Spera Concerts Reviews

Jazztopad Festival
Witold Lutoslawski National Forum of Music
National Forum of Music November 21-25, 2018

Roots Magic

The Italian quartet Roots Magic of clarinetist Alberto Popolla, saxophonist Errico D Fabritiis, bassist Gianfranco Tedeschi and drummer – Fabrizio Spera lived up to its name in full measure. The group played a special selection of old blues classics from the Mississippi delta from the 20s of the last century onwards such as Blind Willie Johnson, Charly Patton and Geeshie Wiley and combined those with pieces of jazz musicians that carried and developed this legacy in a strong manner in(to) the social, political and artistic reality of the 50s, 60s and 70s. On the other hand Roots Magic revived pieces from the lineage of jazz characters such as Pee Wee Russell, Marion Brown, Sun Ra, Phil Cohran, John Carter, Kalaparusha McIntyre, Ornette Coleman, Julius Hemphill and Roscoe Mitchell. The concert, including introductory stories about these musical characters in the context of their time, provided illuminating confrontations and comparisons about influences, influences that numerous present musicians have adopted, imitated, absorbed, transformed unsolicited day in, day out as a matter of course, often even without being aware of it.
While ‘old’ music in jazz very often is transformed, this group went in the opposite direction, working from a reconstructive view of a bygone cultural practice and came up with its very own, stripped-down essential version of it as a present mirroring echo. Roots Magic dwelled on these sources and highlighted/honored it as a crucial influence upon the jazz field—a refreshing, exhilarating, relevant and necessary contribution to this or any festival.

Seixal Jazz 2018 (Portugal)

Fabrizio Spera Concerts Reviews

Da criatividade na música

Gonçalo Falcão (Jazz PT) the complete article

No dia seguinte, a música italiana dos Roots Magic falou do início de tudo, dos blues do Delta do Mississippi, em arranjos muito originais de temas de Charlie Patton, Blind Willie Johnson e outros “bluesmen”. Também se ouviram peças de Ornette Coleman, Julius Hemphill, Marion Brown e Sun Ra. John Carter misturou-se com Pee Wee Russel num tema solar que Coleman Hawkins teria gostado de ouvir! Foi parte concerto, parte aula de história da grande música negra, com o baterista a explicar o mundo de referências e de ligações que se ia sucedendo. Os arranjos para saxofone e clarinete eram brilhantes e reinventaram os blues. Extraordinário o contrabaixista, com problemas de som no início que foram prontamente resolvidos pela equipa técnica.

Por vezes é assim: é preciso vir alguém de outra cultura para nos mostrar que algo tão familiar como os azulejos pode ser usado enquanto pixéis, como no caso do trabalho de Chermayeff & Geismar no painel de entrada do Oceanário de Lisboa. E os italianos mostraram-nos, com um conhecimento enciclopédico dos blues e do jazz, uma reinvenção profunda destas músicas, distante e ao mesmo tempo tão familiar. Foi o melhor momento do SeixalJazz deste ano e merecia casa cheia, que não teve.

Jazz & Wine of Peace 2018 – Cormons

Fabrizio Spera Concerts Reviews

Da annoverare senz’altro tra i gruppi più interessanti dell’attuale panorama italiano, il quartetto Roots Magic – protagonista di un acclamato concerto alla Tenuta Villanova di Farra d’Isonzo – conduce una brillante operazione di riscoperta ed attualizzazione delle radici blues del jazz, mettendo al tempo stesso in evidenza le sue intime connessioni con certe aree dell’avanguardia afroamericana. Ecco dunque che, senza scarti stilistici o squilibri contenutistici, un gospel blues come Dark Was The Night, Cold Was The Ground (1927) di Blind Willie Johnson può trovare adeguata corrispondenza nell’essenza spiritual di Humility In The Light Of The Creator di Kalaparusha Maurice McIntyre. Oppure, in November Cotton Flower di Marion Brown si possono riscontrare elementi comuni a Down The Dirt Road Blues (1929) di Charlie Patton, tra i massimi esponenti del Delta blues. E ancora Last Kind Words (1930), country blues di Geeshie Wiley, contiene germi della poetica di Ornette Coleman in A Girl Named Rainbow. Senza poi considerare che l’essenza del blues si manifesta anche in Old di Roscoe Mitchell e ancor prima in Call For All Demons di Sun Ra. La musica del quartetto vibra letteralmente grazie al viscerale e costante dialogo tra Alberto Popolla (clarinetti) ed Errico De Fabritiis (contralto, baritono), sostenuti dalla feconda sintonia tra Gianfranco Tedeschi (contrabbasso) e Fabrizio Spera (batteria). Seppur fatta da degli italiani, questa è grande musica nera: Great Black Music!

Enzo Boddi (MusicaJazz) read the complete article

… In scaletta brani di Charley Patton, Blind Willie Johnson, Pee Wee Russell, Ornette Coleman, Sun Ra, Roscoe Mitchell, Marion Brown: dal blues del Delta al free, dalla New York della scena loft alla Chicago dell’AACM, un lungo filo rosso nel segno di una visione onnicomprensiva della musica nera. Un percorso suggestivo, tracciato con rispetto, energia e vibrante convinzione, tra assoli infuocati (in grande spolvero Popolla) e brucianti accelerazioni.

Luca Canini (Il Giornale della Musica 6-11-2018)

Villanova di Farra d’Isonzo, 28/10/2018 – Jazz&Wine of Peace 2018 – Circolo Controtempo – Tenuta Villanova Farra d’Isonzo – ROOTS MAGIC –  Foto Fabio Gamba/Phocus Agency © 2018                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

St.Anna Arresi, tra Sardegna e Jazz

Fabrizio Spera Concerts Reviews

A inaugurare questa maratona avventurosa, quasi a spiegare in qualche modo lo spirito che anima questa manifestazione, un’accoppiata che vede sullo stesso palco prima la tradizione dell’avanguardia americana e del blues rivisitata dagli ottimi Roots Magic da Roma e poi le esplorazioni della White Desert Orchestra diretta dalla pianista francese Eve Risser. I primi convincono in pieno con una ottima, devota e puntuale – ma non didascalica –riproposizione di perle di Roscoe Mitchell, Andrew Cyrille, Marion Brown, Julius Hempill e Charlie Patton (abbiamo riconosciuto anche una citazione del tema di “Unity” del grande Phil Cohran, da poco scomparso). Le radici sono magiche perché ci portano per mano in viaggio in un passato (“Old”, del leader degli Art Ensemble of Chicago, a testimoniare il legame tra le musiche di avanguardia e le radici nelle dodici battute del Delta del Mississipi) sul quale non si è accumulata nemmeno un’unghia di polvere. 

Nazim Comunale Il Giornale della Musica  

                                                                                                                                                                                                                                                                                        David Murray, Young Mothers e Roots Magic tra i grandi protagonisti del festival Jazz 

Roots Magic è invece un gruppo che va dritto allo scopo. Riletture di classici del jazz antico e moderno e contemporaneo. Attenzione al blues. Non solo a quello storico, quasi delle origini, di una sconosciuta Geeshie Wiley e di Charley Patton. Anche a quelli scritti da un Pee Wee Russell o da un Julius Hemphill. Ma, soprattutto, blues nel mood dominante delle calde divertenti ben arrangiate e ben vissute performance di Alberto Popolla (clarinetti), Enrico De Fabritiis (sax), Gianfranco Tedeschi (contrabbasso), Fabrizio Spera (batteria). Mario Gamba –  Il Manifesto 11-9-18

Tra i musicisti italiani, i Roots Magic ci hanno accompagnato in un viaggio lungo la storia del jazz, dagli anni ’20 ai giorni nostri, tra scale blues, arabe, ed un affettuoso radicamento nella tradizione.  Paolo Peviani – Allabout Jazz 17-9-18                                                                                                                                                                                    

Ken Waxman’s report on Jazz Cerkno 23

Fabrizio Spera Concerts Reviews

Forty-one kilometres west of Ljubljana, Slovenia’s capital, the compact village of Cerkno has been host to a world-class jazz festival for almost a quarter century. Jazz Cerkno 2018 added to the illustrious tradition with three days of notable performances mostly in a specially erected canvas tent, complete with a sophisticated sound system, adjoining the darkened and homey Bar Gabrijel. What was most evident was how musicians from this country of fewer than 2¼-million people, which arguably has benefitted most economically from the break-up of the former Yugoslavia, can easily hold their own in the international improvised music scene.

Complete report at Jazzword.com

Roots Magic the all-Italian quartet which closed that night’s show and the festival, crafted a startlingly singular blend of 1960s FreeJazz with versions of 1930s Delta classics. Consisting of Alberto Popolla on clarinet and bass clarinet, Errico De Fabritiis on alto and baritone saxophones, bassist Gianfranco Tedeschi and drummer Fabrizio Spera, the four emphasized the Blues continuum, with Spera’s rollicking backbeat helping knit the decades-apart sounds, and the reedists providing both rhythmic oomph and the emotional, near song-like expression.
Remarkably the band sounded perfectly comfortable playing singer Geeshie Wiley’s “Last Kind Words” from 1930 with a coarse clarinet lead, as it did Roscoe Mitchell’s “Old” from the 1960s, which was propelled by a double bass ostinato that easily revealed its Blues underpinnings. Frugal with solos, the rhythm section left the spotlight to Popolla, who proved that chalumeau smears from a bass clarinet can also effectively interpret the melisma of primitive Bluesman Charley Patton; and De Fabritiis whose freak-note elaborations of modernist compositions from John Carter and Julius Hemphill tunes was notable from either of  his saxophones

Photos by Susan O’Connor                                                                                                                                                       

Saturday 19th May – 23rd Jazz Cerkno Festival – Slovenia

Fabrizio Spera Concerts Reviews

Roots Magic so kvartet klasične postave dveh pihal in ritem sekcije, ki z masivnim zvokom obujajo tradicijo predvojnega ameriškega bluesa, a vmes posežejo po nekoliko manj ukoreninjenih mojstrih svobodnejše jazzovske forme. Pri tem je seveda v ospredju bluesovsko občutje, ki sega globlje od golih formalnih in tehničnih žanrskih obrazcev, sam kvartet pa je poudaril ravno bluesovski izvor določene izrazne linije znotraj tokov free jazza. Ognjevit zvok in občutek za mirnejše odtenke je festivalu dodal precej edinstven in ustrezen zaključek. Aleš Rojc – Devnik
Photo by Tomi Peternelj
                                                                                                                                                                                                                                                             Za veliki finale in pravcati pok inventivnega odnosa do tradicije je poskrbel italijanski kvartet Roots Magic, ki preigrava klasike starega bluesa in modernega jazza. Izjemno uigran kvartet je ponudil sočno in skladno igro, znotraj katere sta na enakomeren in hipnotičen ritem kontrabasista in bobnarja pihalca razpletala mamljive in zapeljive nosilne melodije, ki so kar silile v pozibavanje. Medtem ko sta člana ritem sekcije ostajala trdna in neomajna v natančnem metronomskem ritmiziranju, sta si pihalca večkrat privoščila svobodnjaške solistične izlete in s tem podčrtala živost gradiva, ki ga je kvartet jemal iz preteklosti. Živa preteklost, današnji pogled na zgodovino in njena času primerna reinterpretacija – vse to so tudi značilnosti našega festivala Jazz Cerkno, katerega 24. izdajo napovedujejo v času med 16. in 18. majem 2019. Se uidma!  Mario Batelić – Primorsikval                                                                                                                                                                                           
Za učinkovit zaključek pa italijanski kvartet Roots Magic, ki proučuje predvsem starejše bluesovske vire sodobne improvizirane glasbe.    A ti mu služijo le kot navdih za brezkompromisno novojazzovsko muziciranje z obilico plesne dinamike  Darinko KoresVecer                                                                                                                                                                                                                                                                              
Večer, ki je z Lumpertom in ICP Orchestra potekal v znamenju preobražanja zahodnih jazzovskih tradicij, je doživel drugi vrhunec z italijanskim kvartetom, Roots Magic. Njihove priredbe, strnjene na albumih Hoodoo Blues in Last Kind Words, koreninijo delno v času aktivnejših snemanj izvajalcev bluesa – kot sta Charley Patton in Blind Willie Johnson – v dvajsetih letih 20. stoletja, delno pa v priredbah kompozicij kasnejših saksofonistov, kot sta Marrion Brown in Roscoe Mitchell. Roots Magic glas ter besedilo pevcev in pevk skratka pretvarjajo v melos, v prepleteno petje alt saksofona in klarineta, v brnenje čela in v bobnarsko topotanje. To se ponekod izkaže kot fenomenalno izhodišče, ko denimo besede »Dark was the night/Cold was the ground« nadomesti temačno dromljanje, drugod pa ostajajo manj zvesti besedam originala. A v komadih je vseprisotna magija, ki jo čarajo s pomočjo starih napevov in jo pretvarjajo tako v razposajeno energijo free jazza kot v ambient. S sklepno zasedbo večera smo se obiskovalci letošnje edicije Festivala Jazz Cerkno poslovili od fenomenalnega dogodka, občutno obogateni z glasbenim spektrom slišanih zasedb, ki so se potikale po zvočnih stezah jazza in njegovih odvodov. To kaže, da je jazz neločljivo povezan s skoraj vsemi glasbami – Vsi za jazz – jazz za vse!  Radio Student

Veliki finale letošnje izdaje festivala Jazz Cerkno, pa je pripadel italijanski zasedbi Roots Magic, ki jo zastopajo Alberto Popolla (klarinet, basovski klarinet), Errico De Fabritiis (altovski in baritonski saksofon), Gianfranco Tedeschi (kontrabas) in Fabrizio Spera (bobni). Bend je zanimiv po tej plati da rad preigrava standarde bluesa in jih križa seveda s sebi lastno retoriko jazzovskih vsebin, to pa počne z neverjetnim občutkom, povsem nepretenciozno, nalezljivo. Roots Magic, so izredno ubran kvartet, kjer vsi gradniki zvočne slike sobivajo v izjemnem ravnovesju, instinktivnem zaznavanju in se enakomerno izražajo v medsebojnem dialogu polnokrvne spravljivosti ter simbioze. Ne preseneča, ko se bend loteva insertov blues točk, kot so npr. The Hard Blues (Julius Hemphill), Frankie and Albert (tradicionalna), Poor Me ali Down the Dirt Road Blues (obe Charlie Patton), nadalje The Sunday Afternoon Jazz in Blues Society (obe John Carter). Njihova druga plošča izdana v lanskem letu imenovana »Last Kind Words«, v celoti avtorsko delo kvarteta in dostavlja nadaljnje raziskovanje skupine stičnih točk tradicionalnega bluesa z vročekrvnimi prijemi vragolij jazzovske improvizacije. Bend je risal izredno sočne zvočne kontraste, zlasti ko sta se na piedestalu znaša v dialogu bas klarinet in bariton saksofon, kot tudi druge kombinacije instrumentov obeh pihalcev. Izredne čvrst in jedrnat fokus. Enovito ubran. Od prve do zadnje sekunde špila. Ravno prav odštekano, da ni preveč zahtevno in ravno prav spravljivo, da ni preveč enostavno. Nepretenciozno, nenadoma z izrazitim potentnim žarom ter zaletom, že v naslednjem trenutku, pa znova mehko in mično prevzetno. Bendu ni zmanjkalo dinamita, hitro osvojljiva narava glasbe, kot tudi koketni ritmični »groove«, pa je hipoma posrkal poslušalce. Publiko je razganjalo od navdušenja in vseh vibrantnih povratnih reakcij. Roots Magic so za veliki finale dvignili proti nebu prisotne festivala in dostavili piko na i velikemu zabaviščnemu parku tretjega dne festivala, kateremu so pot tlakovali pred tem izvrstni ICP Orchestra. Finalni krešendo torej. Ne čudi, da je publika po koncertu dobesedno razgrabila vse kose albuma »Last Kind Words«.  RockLine

Photo by Nada Zgank