Among the best of 2020

Fabrizio Spera Uncategorized

Here is a  list of those who voted for Roots Magic in various annual polls of 2020

WEB

BANDCAMP – Dave Sumner – Best Jazz Album of 2020
RED HOOK STAR REVIEW (USA) – George Grella
SALT PEANUTS (SE) – Jan Granlie
TRACCE DI JAZZ (I)
BesTracce Jazz 2020 ROSVOT (FI) Jazzpossu Top 5 2020

RADIO

CONTRORADIO (I) Enrico Romero – Round Midnight Jazz and Great Black Music Radio Broadcast
BATTITI – Rai Radio 3 (I)
Pino Saulo, Alessandro Achilli – Best 5 records of 2020
JAZZMAN RADIO (UK) Peter Slavid – ‘European Modern Jazz On The Radio – Favourite albums of 2020
CONTATTO RADIO Popolare Network (I) Misterioso – Best of 2020

PRINTED MAGAZINES

BLOWUP (I) Playlist 2020
MUSICA JAZZ (I) Top Jazz 2020

RECORD STORES

JAZZMESSENGERS (SP) Best Free Jazz & Avant-Garde Releases 2020

The MusicaJazz interview – October 2020

Fabrizio Spera Interviews

A new interview by Sandro Cerini published on the October issue of MusicaJazz.

Il linguaggio universale del Blues all’incrocio con la Creative Music

Ci ritroviamo dopo quattro anni ed è passata molta acqua sotto i ponti. Qual è lo stato dell’arte del gruppo? Nel corso di questi quattro anni, grazie ad un lavoro costante sul repertorio, sentiamo di aver maturato un approccio compositivo più organico, a poco a poco, grazie soprattutto ai concerti abbiamo sviluppato un suono realmente di gruppo e un “insieme” finalmente capace di integrare dinamiche e caratteri individuali. In tutto ciò, quattro anni possono essere niente. Il tempo della ricerca e dell’indagine sono fattori difficili da misurare. Seppur consapevoli di muoverci in una società che richiede continui cambiamenti preferiamo muoverci, secondo una nostra direzionalità. Indaghiamo modelli passati per leggere e interpretare il mondo che ci circonda.

Nella chiusura del precedente album, «Last Kind Words», una versione «quasi dub» di Bermuda Blues, di Henry Threadgill, sembrava preludere a un cambio di prospettiva. Mi sembra invece che le scelte artistiche siano rimaste sostanzialmente immutate. È cosi? È curioso che quel brano possa aver fatto pensare a possibili cambi di rotta. Forse per via degli effetti dub? In realtà si trattava di un brano molto coerente al nostro repertorio, dove il dub non rappresentava altro che una colorazione, un elemento stilistico suggerito dal gusto per certe sonorità di provenienza Giamaicana. Qualcosa che avremmo approfondito volentieri nel nuovo disco. L’album prevedeva infatti una versione, questa volta dichiaratamente dub, di un brano di Lee Perry, poi eliminato per problemi di durata, e ora pubblicato su Bandcamp. Tuttavia, pensiamo che il brano Karen On Monday, a cui è affidata la chiusura del nuovo album, lasci intendere aperture maggiori che non quelle di Bermuda Blues. Il pezzo di John Carter, nella nostra interpretazione «astratta», possiede infatti caratteristiche strutturali effettivamente inesplorate nei precedenti lavori.

In effetti ciò è vero. Che senso dobbiamo attribuire a questa ricerca di astrazione? E invece, l’approccio «giamaicano» di Cloak And Dagger deve intendersi come una via ancora possibile, o un qualcosa di definitivamente rinunciato?

L’approccio improvvisativo, adottato in “Karen on Monday” è parte integrante del nostro background. Tutti noi in periodi diversi abbiamo praticato un tipo di improvvisazione svincolata da idiomi Jazzistici e più protesa all’esplorazione di altri parametri, suono, timbro, spazio, rumore… in definitiva un’ulteriore carta ancora tutta da giocare nell’ambito di Roots Magic. L’inserimento dell’elemento “dub è invece frutto di una nostra passione per quel tipo di musica. Qualcosa che con il dovuto equilibrio e secondo il nostro solito approccio graduale alle cose, potrà ancora trovare spazio nella musica del gruppo.     

Sembrerebbe quindi che tra le due anime che animavano il quartetto, quella improvvisativa e quella della forma, la seconda abbia alla fine definitivamente prevalso. Che ne pensate?

Ci sembra che almeno fin qui il rapporto fra composizione e improvvisazione abbia mantenuto un equilibrio più o meno costante. Fin dall’inizio la nostra proposta si è basata essenzialmente su un insieme di brani composti e parti improvvisate, sempre ben ancorate alla forma. Tuttavia, un’analisi più accurata dei tre lavori potrebbe rivelare che l’eventuale spostamento di equilibrio fra queste due componenti andrebbe però a favore dell’improvvisazione. Rispetto agli esordi, le forme dei brani sono ora più dilatate, e le zone aperte al loro interno sono proporzionalmente aumentate fino a culminare nel già citato Karen On Monday, un brano sostanzialmente improvvisato, e come abbiamo appena visto, secondo un approccio diverso.

I crediti di copertina sottolineano che in dei brani sono comprese parti composte da voi. Non è un procedimento del tutto usuale. Potete spiegare ai lettori come ne avete garantito l’integrazione?

Le nostre riletture hanno sempre incorporato elementi originali. L’integrazione di materiali diversi è di fatto un punto nodale del nostro lavoro. Una volta trascritte e arrangiate le parti tematiche, passiamo molto tempo a manipolare i materiali a disposizione. Semplicemente, questa volta, ci è sembrato giusto riconoscere quel lavoro accreditandolo fra le note del disco. Si tratta di una modalità sviluppata all’interno della nostra pratica compositiva e non escludiamo che in futuro si possa estendere in direzione di un repertorio sostanzialmente originale.

Non temete il rischio di una accentuata «repertorizzazione», soprattutto a fronte del continuo affinamento della vostra formula di gruppo e del costante elevamento delle competenze performative?

Non crediamo che l’indagine approfondita di un repertorio, nel nostro caso il Blues delle origini e il Jazz creativo degli anni Sessanta e Settanta, sia un limite. Crediamo invece che sia una grande ricchezza e siamo anche certi che l’affinamento dei modi e l’approfondimento dei materiali non possono che rafforzare la forma e il contenuto del nostro lavoro. Questa è un’esperienza che ci ha fatto crescere in questi anni e probabilmente continuerà a farci crescere in futuro.

Qual è il senso reale di una proposta come la vostra, oggi? In fondo sono sentieri che la «creative music» aveva già in gran parte battuto…

Verrebbe da chiedersi, chi, oggi, può conoscere il senso reale di una proposta. Quello che possiamo dire con franchezza è che i Roots Magic continuano a fare le cose in cui credono. Certamente non siamo i primi a trovare connessioni fra la radice Blues e le forme avanzate del Jazz creativo. Sappiamo di muoverci in un sentiero  battuto, eppure sentiamo di aver trovato una nostra voce capace di distinguersi da altre. C’è da dire che il nostro particolare interesse per certe figure «arcaiche» come Charlie Patton o Skip James non ha veri e propri precedenti in ambito jazzistico. Se questi musicisti hanno lentamente acquisito un riconoscimento nel contesto della scena Folk-Blues e in alcuni casi del Rock, sono ancora del tutto ignorati negli ambiti del colto mondo del Jazz. In questi anni abbiamo notato come l’accostamento di certi nomi a quelli del Free Jazz storico provochi spesso degli interessanti cortocircuiti nel pubblico di derivazione Jazzistica.

Siete quindi fortemente convinti che la fusione di forme espressive proprie del blues rurale, trasposte nei nuovi contesti urbani e poi giunta a noi, sia una sorta di formula universale, valida per chiunque voglia proporla (in altre parole, che essa non richieda un radicamento culturale proprio e un vissuto)?

Nel nostro primo disco, al fine di chiarire la nostra posizione, inserimmo una citazione da Evan Parker: «le mie radici sono nel mio giradischi». Ovvero: siamo cresciuti attraverso l’ascolto di questa musica e ne sentiamo forte l’influenza al punto al punto di  riconoscerci come culturalmente radicati in quella tradizione. Nel 2018, con nostra grande sorpresa, siamo stati invitati al Juke Joint Festival di Clarksdale in Mississippi, uno dei luoghi chiave nell’evoluzione di questa musica. Per intenderci, il luogo del leggendario incrocio dove Robert Johnson incontrò il diavolo in persona, a un passo dalle piantagioni Dockery dove è cresciuto Charlie Patton. In quei luoghi, a confronto con un pubblico nato in quella cultura, abbiamo potuto verificare l’autenticità della nostra proposta e abbiamo avuto la prova, ce ne fosse bisogno, che il Blues è di fatto un linguaggio universale.

Nel proporre un repertorio siffatto, esiste un aspetto che in qualche modo si possa definire di «committenza»? Per essere più chiari: si guarda a un pubblico?

Nel tempo abbiamo scoperto che la nostra musica è capace di coinvolgere un pubblico ampio e trasversale, e per noi questo è motivo di grande soddisfazione. Regalare emozioni anche a coloro che non sono necessariamente cultori di Blues, né tanto meno di Free Jazz, ci rende orgogliosi. Come ha detto Basilio Sulis, direttore del festival di Sant’Anna Arresi, la nostra proposta sembra avere una funzione propedeutica, avvicina il pubblico, lo rende curioso e di conseguenza apre mondi sconosciuti.

E nei brani in cui vi siete misurati con la necessità di un arricchimento timbrico (cosa già avvenuta in tutti i vostri dischi) in qualche modo vi siete sempre rivolti a compagni di viaggio già familiari. Non c’è l’esigenza di confrontarsi con esperienze del tutto diverse dalle vostre?

Idealmente abbiamo sempre sostenuto che una collaborazione dovrebbe essere motivata da rapporti umani oltre che artistici. Un principio già di per sé selettivo, a cui si aggiungono alcune difficoltà di tipo organizzativo. Data la musica del gruppo, un qualsiasi inserimento, di uno o più elementi esterni, implicherebbe un tempo di prove necessario al riadattamento di temi, arrangiamenti e strutture. Da qui, la necessità di un’organizzazione a supporto dell’operazione. In fondo Roots Magic è una piccola comunità che ha bisogno di lavoro costante e nel tempo, è per questo che generalmente ci rivolgiamo a persone vicine e che sappiamo disponibili. Ovviamente, ciò non esclude la possibilità di un tipo di collaborazione più complessa, a patto che questa venga sposata e supportata dalla struttura di un festival o di una rassegna.

Come avvengono i «recuperi» di ciò che entra nel vostro repertorio? È un fatto di ascolti abituali, che si trasfondono nella vostra esperienza di musicisti, oppure esiste in qualche modo uno spunto per così dire «filologico», che si fa specifica ricerca del particolare?

Generalmente si parte da suggerimenti dei singoli, seguiti poi da ascolti e riflessioni collettive. C’è una grande sintonia nel lavoro di ricerca del materiale, e l’intento filologico è assolutamente secondario. Prima di tutto viene il piacere di suonare e arrangiare alcuni brani e rendere così omaggio a certi autori.

E cosa comprendono i vostri ascolti attuali?

Alberto Popolla: ora sto ascoltando «Three», il nuovo lavoro dei Necks, «The Universe Inside» dei Dream Syndicate e «The Fantastic Mrs. 10» di Tim Berne’s Snakeoil. Gianfranco Tedeschi: sto ascoltando un cofanetto di Sam Jones con gruppi a suo nome e un violista compositore ed improvvisatore del 1600, Captain Tobias Hume. Errico De Fabritiis: i primi tre che mi vengono in mente sono John Coltrane «Concerts In Japan», Betty Davis «They Say I’m Different» e James Brandon Lewis «An Unruly Manifesto». Fabrizio Spera: Ted Curson «Urge», Horace Tapscott «Ancestral Echoes», Irreversible Entanglement «Who Sent You», Kim Suk Chul Ensemble «Shamanistic Ceremonies of the Eastern Seaboard», Hermeto Pascoal «Viajando Com O Som». Prince Far I “Cry Tuff Dub Encounter vol.3

Quali sono i vostri programmi futuri, anche come singoli?

Abbiamo da poco iniziato a lavorare su nuovi materiali in gran parte originali. Ma con un disco appena pubblicato, va da sé che la speranza maggiore sia quella di poter riprendere a suonare dal vivo, l’attività che più di tutte rappresenta la ragion d’essere di questa musica.

Alberto Popolla: appena prima del lockdown avevo messo in piedi un’orchestra di improvvisatori, Anarres Improrkestra, un gruppo che stava lavorando bene ed era pronto per alcuni concerti poi annullati a causa dell’emergenza. E poi c’è il mio progetto in solo, Really The Blues, tra libera improvvisazione e rilettura di classici del Blues e della musica afroamericana in generale.

Gianfranco Tedeschi: i miei programmi sono semplici cercare di vivere bene, continuare a studiare e continuare a fare concerti.

Errico De Fabritiis: vorrei citare Kammermusik, gruppo di improvvisazione con Giancarlo Schiaffini e Luca Tilli, con cui siamo al secondo lavoro per Setola di Maiale. Tengo molto anche al neonato progetto Vite da armadio, in cui oltre a suonare interpreto dei miei testi insieme a Fiora Blasi, attrice, e Giusi Bulotta, contrabbassista.

Fabrizio Spera: Oltra al gruppo Ossatura, a inizio anno ho ripreso a lavorare in trio con Tim Hodgkinson e Gandolfo Pagano. Prosegue poi la collaborazione con Marco Colonna col recentissimo Red Planet insieme a Edoardo Marraffa e Marco Zanotti.

Sandro Cerini

The TomaJazz interview

Fabrizio Spera Interviews

After a good review of our new album, the fine folks at TomaJazz proposed an interview. Here’s the Spanish version  https://www.tomajazz.com/web/?p=52324, and here below the Italian version.

La musica dal vivo, compreso il jazz, è una delle vittime della pandemia COVID-19. In che modo vi sta toccando? E al di là della vostra particolare situazione, che impatto ha avuto sulla scena musicale italiana?

Tra Marzo e Maggio 2020, durante la prima e per ora maggiore emergenza ci siamo trovati a dover accettare un lungo periodo di restrizioni. In un clima di distanza fisica e di conseguente overdose informatica, abbiamo continuato a lavorare individualmente, ognuno per se, nel silenzio fino ad allora sconosciuto della propria abitazione e del proprio quartiere. Una condizione nuova nella quale tutti abbiamo percepito un diverso rapporto con lo spazio e il tempo. Nel corso dei nostri incontri settimanali via Zoom abbiamo fatto il possibile per mandare avanti il lavoro curando quelle attività che in genere vengono risucchiate dal ritmo convulso della cosiddetta “normalità”. Abbiamo ascoltato e catalogato vecchie registrazioni, abbiamo montato e pubblicato materiali video, tutto ciò mentre assistevamo all’evolversi di un scenario tutt’altro che rassicurante. Abbiamo visto come l’inaspettata irruzione di un agente sconosciuto, esterno al consueto ordine di idee, può effettivamente mettere in crisi un intero sistema. Abbiamo assistito a come questa irruzione abbia improvvisamente accelerato il processo di maturazione di una serie di criticità sociali pregresse per poi esploderle trasversalmente a tutti i livelli. Insomma, un’esperienza non da poco. In questa condizione ancora tutta in divenire non possiamo fare altro che raccogliere il meglio, trasporlo alle nostre vite e possibilmente applicarlo alla nostra arte.

Con i club chiusi, la distanza di sicurezza, le mascherine… come prevedete il futuro del jazz nei prossimi anni?

Il futuro non è prevedibile, lo dimostra l’avvento di questa pandemia. Il settore della musica già in crisi rischia ora il crollo. La nostra musica si esprime al meglio quando è suonata dal vivo, di fronte a un pubblico che ascolta, e ora con le nuove norme, è naturale che saremo a lungo penalizzati. Difficile dire se quest’esperienza servirà ad una qualche riconsiderazione di quegli schemi, di quelle routine che alla luce di questa crisi appaiono ora come meccanismi insani. Difficile dire se saremo capaci a ridimensionare anche solo minimamente l’estremo dinamismo globale per tornare a porre l’attenzione sulla realtà delle nostre comunità locali. Sul piano istituzionale, ora più che mai c’è bisogno di interventi pubblici che supportino  progetti, festival, rassegne, club ecc. Ma sopratutto c’è necessità di salari minimi garantiti per le persone che vivono di sola arte.  La civile Europa sarà in grado di rispondere?  In tutto ciò va detto che nel corso dell’estate qui in Italia grazie all’audacia di alcuni organizzatori, qualcosa ha ripreso a muoversi e anche noi siamo finalmente riusciti a risuonare più volte dal vivo. Ora la preoccupazione è per la tagione invernale e per l’incognita su come certe attività potranno essere gestite nei luoghi al chiuso.

Roots Magic è un nome davvero interessante. Da dove viene l’ispirazione per il nome del gruppo?

Il nome proviene dalla scoperta sul web di un libro intitolato “Hoodoo Herbs and Root Magic”, una sorta di manuale basato sull’esperienza magico misterica propria della tradizione culturale Afroamericana. Qualcosa di effettivamente lontano dalla nostra realtà ma proprio per questo densa di fascino e in stretta corrispondenza con il mondo espressivo a cui dichiaratamente ci ispiriamo.

Come è nata l’idea di mescolare il deep blues degli anni ’20 e ’30 con il free jazz?

All’origine di questo gruppo non c’è nulla di prestabilito. Tutto si è sviluppato spontaneamente attraverso la semplice messa in campo dei nostri interessi, ricerche e passioni. Abbiamo iniziato suonando musica nostra fino a quando un giorno decidemmo di arrangiare The Hard Blues di Julius Hemphill, un brano e un compositore a cui ci sentiamo particolarmente legati.  Il piacere scaturito dal suonare quel pezzo ci ha spinto a proseguire in quella direzione e aprire così un nuovo percorso motivato dalla radice Blues. La connessione fra  Blues delle origini e Jazz creativo si è sviluppata naturalmente e non esprime altro che la nostra passione per queste musiche, un qualcosa nato molto prima che ci riunissimo come gruppo. 

Come funziona il processo in cui le classiche strutture del Delta blues si trasformano in composizioni più moderne? Come si svolge questo processo creativo?

Il Blues arcaico è un materiale potente e allo stesso tempo molto malleabile. Si presta ad essere modificato, arrangiato e riscritto pur mantenendo intatta la sua incredibile forza comunicativa. Di solito uno di noi si occupa della trascrizione del brano e ne propone un primo possibile arrangiamento che a sua volta diverrà oggetto di discussione e rielaborazione collettiva.   

Nel vostro ultimo album, “Take Root Among the Stars”, lavorate con brani di Charley Patton, Phil Cohran, Skip James… Quali altri nomi vi ispirano per il futuro

Molto presto inizieremo a lavorare su materiali originali. Dopo tre album sentiamo l’esigenza di ristabilire le proporzioni tra l’attività di arrangiamento di pezzi altrui e il lavoro compositivo su materiali  originali, senza però interferire con l’ispirazione e il riferimento alla matrice Afroamericana che ci ha caratterizzato fin qui. In generale non ci dispiacerebbe metter mano alla musica di alcune donne della prima ora come Ma Rainey e Bessie Smith e per quel che riguarda il repertorio più contemporaneo, l’attenzione potrebbe dirigersi su figure come Horace Tapscott e Wadada Leo Smith.

Quello che mi colpisce di questo album è come sia in grado di connettersi con il pubblico, senza dover necessariamente sapere nulla di blues o di jazz. Questo è qualcosa che si raggiunge anche nei vostri altri album: pensate che a volte il jazz pecchi il contrario? Che richieda un esercizio di “intellettualità”?

Una delle qualità di questo gruppo è effettivamente quella di riuscire a coinvolgere un pubblico ampio, trasversale e non necessariamente esperto. E’ la presenza del Blues e della sua vitalità che aiutano a superare le difficoltà di fruizione legate ad un linguaggio più complesso ed elaborato come il jazz. Va però detto che troppo spesso l’ascoltatore rischia di essere vittima del proprio pregiudizio. Spesso tende a porre una sorta di barriera difensiva rinunciando troppo facilmente sia al semplice piacere dell’ascolto, sia alla facoltà di elaborazione critica. Insomma crediamo che su questo punto, al confine fra queste due tendenze, musicisti e pubblico, nessuno escluso, dovrebbero trovare un loro equilibrio e un loro punto d’incontro.

Considerate la possibilità di un futuro album in cui partiate da composizioni moderne e che passino attraverso il filtro free che vi caratterizza?

Come già detto, in futuro inizieremo a lavorare su materiali di nostra composizione, tuttavia non è escluso l’inserimento in repertorio di autori e brani più vicini a noi. Tendiamo per nostra natura ad un approccio inclusivo, crediamo nella fluidità fra radici e futuro. Questa è da sempre una grande caratteristica di tutta la musica Afroamericana. Una qualità che spesso si contrappone con la tendenza Europea alla separazione non sempre motivata in categorie di genere, stile, tempo.

Quali sono i gruppi del panorama musicale italiano ed europeo che vi ispirano di più? Qualche gruppo o artista spagnolo che ha attirato la vostra attenzione?

In questi anni, la scena Italiana è molto cresciuta. Il numero di giovani e bravi musicisti apparsi sulla scena è impressionante. Ciclicamente in Europa assistiamo all’esplosione di alcuni fenomeni come l’attuale rivelazione soprattutto mediatica di una nuova generazione di jazzisti Britannici o il rinnovato fiorire della scena Scandinava. Senza fare nomi e classifiche possiamo certamente dire che la comunità è in netta espansione e che Roots Mgic è in buona compagnia.  

Quali sono i vostri obiettivi per i prossimi anni?

Suonare il più possibile da vivo, elaborare un nuovo repertorio per un quarto album, allacciare nuove collaborazioni, ma per tutto questo c’è tempo, per ora ci godiamo Take Root Among the Stars!

Rudy de Juana, 2020

Return to Sant’Anna Arresi

Fabrizio Spera Concerts Reviews

Sant’Anna Arresi, la storia continuaNazim Comunale

Ai confini tra Sardegna e Jazz – 31 Agosto 2020 – 06 Settembre 2020

… Molto, molto meglio il finale con Roots Magic: il quartetto romano apre con una versione mesmerica di “Dark Was the Night, Cold Was the Ground” di Blind Willie Johnson, e sono brividi: l’idea di far sposare il blues ed il free è acuta e viene declinata in modo eccellente. Tra radici e magia, tra ieri e domani, ancient to the future come diceva l’Art Ensemble of Chicago, i quattro musicisti, sensibili e ispirati, si perdono nello spazio come la sonda Voyager su cui viaggia il disco con il leggendario blues del 1927, in un luogo dove presente, passato e futuro si fondono e si confondono in un’unica, sterminata, minacciosa e materna nebulosa. Sono tanti i nomi tirati in ballo nel concerto, da Julius Hemphill a Skip James, da Kalaparusha McIntyre a Olu Dara, sino a Milford Graves. Una lezione di storia per nulla polverosa ma vibrante ed energica: i dischi, pubblicati da Clean Feed (l’ultimo è Take Root among the Stars, fresco di uscita) andrebbero fatti ascoltare a chi crede che il free sia una musica che non arriva alle e dalle viscere. Ottima l’intesa tra Fabrizio Spera (batteria), Enrico De Fabritiis ( sassofoni), Alberto Popolla (clarinetti) e Gianfranco Tedeschi (contrabbasso), nell’attesa di ascoltare più materiale autografo da una band che in nove anni ha saputo perfezionare a oggi un meccanismo capace di marciare a pieno ritmo.

End of the year (2019) update

Fabrizio Spera Uncategorized

Besides a few gigs (including a welcomed return to Sicily) we spent most of the fall working on the new album, our third for Clean Feed, which has been scheduled to be out in march 2020.
This will be another trip across the land of Deep Blues and Creative Jazz. The new repertoire includes highly reworked tunes by Skip James, Kalaparusha Maurice McIntyre, Charles Tyler, Ornette Coleman and Lee Perry (yes him!!!) plus new works on some of Roots Magic’s favourite composers, Charley Patton, Phil Cohran, John Carter and Sun Ra. All music was well recorded by Gabriele Conti at the Stone Recording Studio in Rome while mixing and mastering were made at the brand new Jambona Lab studio in Livorno by master Antonio Castiello with great assistance by Aldo de Sanctis. The new year will start off with some good gigs (see the “concerts” page) including a very welcomed appearance at the Padova Art Center concert series. That’s all for now and stay tuned for more updates.

Palermo – October 2019

TORINO – PIAZZA dei MESTIERI May – 17th – 2019

Fabrizio Spera Concerts Reviews

Piercarlo Poggio’s Review – Blow Up magazine, July 2019

L’avvio è Last Kind Words, tratto dall’esiguo songbook della ragazzaccia d’altri tempi Geeshie Wiley. Il blues rurale earcaico del Delta è uno degli ambiti a cui volentieri si attacca la band, quello nel quale i loro arguti travisamenti raggiungono la massìma fioritura. Lo confemano le ispirate renditlon di Down The Dirt Road Blues, Tom Rushen BIues e Mean Black Cat BIues di Charley Patton e Devil Got my Woman di Skip James Altro filone di indagine è il free storico, indagato nei risvolti meno ap-
pariscenti. Aleggiano così sul palco Old (Roscoe Mitchell) Humilty in the Light of Creator (Kalaparusha Maurice Mctntyre), November Cotton Flower (Marion Brcwn), A Gírl Named Rainbow (Omette Coleman) e infine l’accoppiata The Sunday Af-
ternoon Jazz and Blues Society (John Carter) e Pee Wee Blues (Pee Wee Russell) tradizionalista sì ma dallo stile anticipatore). E visto che gli applausi per Popolla (clarinefti), Spera (batteria), Tedeschi (contrabbasso) e De Fabritiis (alto e baritono) fioccano, l’inevitabile bis è When there Is no Sun di Sun Ra.
Piercarlo Poggio

Roots Magic – Live in BS – Review

Fabrizio Spera Concerts Reviews

Roberto Pepe – www.traccedijazz.com

Le magiche radici del Blues hanno allungato le loro ramificazioni anche in quel di Brescia, dove alla fine di febbraio hanno infuocato la segreta del noto locale Carmen Town, in pieno centro storico, su invito dell’associazione culturale Indica che ha organizzato il concerto e che sta animando l’orizzonte musicale bresciano. I Roots Magic “vengono da lontano e vanno lontano”, come si diceva una volta, e l’assunto togliattiano si è svelato in modo inequivocabile soprattutto nel loro secondo album “Last Kind Words”, uscito a fine 2017 per Clean Feed e riproposto pressochè per intero ad un pubblico in larga parte giovane e molto partecipe alla proposta che veniva via via illustrata, con pochi e sapidi tratti descrittivi, dal batterista Fabrizio Spera. La peculiare ed esplosiva line-up (Fabrizio Spera batteria, Errico De Fabritiis sax contralto e baritono, Alberto Popolla clarinetto/clarinetto basso e Gianfranco Tedeschi, contrabbasso) e l’orgogliosa scelta di un repertorio assai connotato (Blind Willie Johnson, Julius Hemphill, Charley Patton, Marion Brown, Ornette Coleman) rendono i Roots Magic uno dei gruppi più interessanti attualmente sulla scena, legati a filo triplo ad una linea nera che risale da antichi country blues d’inizio ‘900, riportati a nuovo splendore, per miscelarsi, con naturalezza e maturità d’espressione, in riletture squisitamente tipiche del jazz che una volta veniva definito avanzato o d’avanguardia e che ora grazie alla storicizzazione avvenuta -e ad un corale studio sul materiale dell’intera band- dimostra di mantenere contenuti assai freschi ed attuali, in grado di fare presa su un pubblico più ampio della canonica platea jazz oriented.

roooots

Pronti via, ed è subito “Down the Dirt Road Blues” (Charley Patton) – apripista dal riff criminale posto anche in apertura di disco – con Popolla e De Fabritiis sugli scudi a resuscitare un blues ipnotico e denso come lava rovente. Il concerto regala poi una gemma risalente al 1930 della mitica e misteriosa blues girl Geeshe Wiley (“Last Kind Words”, appunto, da riascoltare nella versione originale voce e chitarra che aveva affascinato anche Rhiannon Giddens che la incise alcuni anni fa in un LP Nonesuch) e che qui pare evocare una graphic novel di Richard Crumb, con il clarinetto che cerca tracce oscure sul tappeto ritmico dolentemente steso, com’è giusto che sia, trattandosi di un testo crudo che parla di addii, schiavitù, morte, conflitti, assenza, insomma blues fino al midollo. La fioritura del cotone a Novembre è di per sé un evento magico e questo sogno (“November Cotton Flower”, di Marion Brown) aleggia negli archi antichi di questa sorta di cripta che ospita gli astanti in contrada del Carmine, in sospensione, come le parole di Jean Toomer legate al brano che brillano anche in loro assenza, sempre più luminose in questi tempi cupi in cui pare avvolto il BelPaese rappresentato al meglio da un Governo inquietante, marcatamente razzista. E così mentre sfila il repertorio non si può non avvertire l’urgenza e l’attualità di questi brani suonati con una professionalità e un rigore che può essere figlio solo di grande convinzione e di tantissime prove. Suonano attuali i nuovi arrangiamenti di rabbiose digressioni free-blues di Julius Hemphill, di lancinanti richiami di Dolphy che stemperano nel funk, o della chiamata a triplo sei di Sun Ra (“Call all Demons”) mentre va a bersaglio anche una sorta di sigla che suona come marchio di fabbrica Roots Magic in un incedere che si fa ironicamente parossistico (“The Sunday Afternoon Jazz And Blues Society” brano anni ’70 di John Carter e Bobby Bradford -altro disco da recuperare!- contenuto nel primo episodio Roots Magic significativamente intitolato “Hoodoo Blues”).
Si diceva del pubblico, coinvolto e partecipe, dopo un breve bis la notte bresciana ci requisisce, affollata come il piano superiore del locale che oltre ad offrire una spettacolare selezione di gin spara un po’ di piatta musica dance senza che questo scalfisca i sorrisi e il mood di chi ha assistito a un rituale di cui probabilmente si avvertiva una certa necessità. Se passano dalle vostre parti non fateveli scappare, “I’m goin’ away, to a world unknown…” 

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Ken Waxman’s report on Jazztopad 2018, Wroklav (Poland)

Fabrizio Spera Concerts Reviews

…In contrast, one band that has achieved and amplified the balance between its varied influences is the Italian Roots Magic quartet that played the NFM Friday night. Taking its inspiration from 1930s Delta Blues and 1960s free jazz, Alberto Popolla on clarinet and bass clarinet, Errico De Fabritiis on saxophones, bassist Gianfranco Tedeschi and percussionist Fabrizio Spera became a cohesive unit that subtly educated as it entertained. Unlike the free-form the members brought to earlier house concert jams, the carefully introduced material which encompassed compositions ranging from Roscoe Mitchell and Kalaparusha Maurice McIntyre to Charley Patton and Blind Willie Johnson, was both righteous and raucous and performed with no hints of Italian melodrama. Instead, thick double bass stops and popping drum beats provide enough ballast upon which Popolla’s fluid double-tonguing and De Fabritiis baritone snorts or staccato alto runs isolated the tunes’ essence to create a transformative narrative.

Read the complete report at Jazzword

Roots Magic, an Italian quartet spurred by clarinetist Alberto Popolla and drummer Fabrizio Spera, made their Polish debut with a soulful sound, drawing deep connections between early Delta blues and “The New Thing”. Thus the setlist ranged from Geeshie Wiley’s “Last Kind Words”, Charley Patton’s “Down the Dirt Road Blues” and Blind Willie Johnson’s “Dark Was The Night (Cold Was The Ground)” to Roscoe Mitchell’s “Old”, Ornette Coleman’s “A Girl Named Rainbow”, Maurice McIntyre’s “Humility in the Light of the Creator” and Marion Brown’s “November Cotton Flower”, encoring with Sun Ra’s “A Call for All Demons”. By set’s end, any heretofore unsuspected connections between down-home blues and avant jazz had become patently obvious. Tom Greenland – New York City Jazz Records – January 2019

Jazztopad review by Henning Bolte (Allaboutjazz)

Fabrizio Spera Concerts Reviews

Jazztopad Festival
Witold Lutoslawski National Forum of Music
National Forum of Music November 21-25, 2018

Roots Magic

The Italian quartet Roots Magic of clarinetist Alberto Popolla, saxophonist Errico D Fabritiis, bassist Gianfranco Tedeschi and drummer – Fabrizio Spera lived up to its name in full measure. The group played a special selection of old blues classics from the Mississippi delta from the 20s of the last century onwards such as Blind Willie Johnson, Charly Patton and Geeshie Wiley and combined those with pieces of jazz musicians that carried and developed this legacy in a strong manner in(to) the social, political and artistic reality of the 50s, 60s and 70s. On the other hand Roots Magic revived pieces from the lineage of jazz characters such as Pee Wee Russell, Marion Brown, Sun Ra, Phil Cohran, John Carter, Kalaparusha McIntyre, Ornette Coleman, Julius Hemphill and Roscoe Mitchell. The concert, including introductory stories about these musical characters in the context of their time, provided illuminating confrontations and comparisons about influences, influences that numerous present musicians have adopted, imitated, absorbed, transformed unsolicited day in, day out as a matter of course, often even without being aware of it.
While ‘old’ music in jazz very often is transformed, this group went in the opposite direction, working from a reconstructive view of a bygone cultural practice and came up with its very own, stripped-down essential version of it as a present mirroring echo. Roots Magic dwelled on these sources and highlighted/honored it as a crucial influence upon the jazz field—a refreshing, exhilarating, relevant and necessary contribution to this or any festival.

Seixal Jazz 2018 (Portugal)

Fabrizio Spera Concerts Reviews

Da criatividade na música

Gonçalo Falcão (Jazz PT) the complete article

No dia seguinte, a música italiana dos Roots Magic falou do início de tudo, dos blues do Delta do Mississippi, em arranjos muito originais de temas de Charlie Patton, Blind Willie Johnson e outros “bluesmen”. Também se ouviram peças de Ornette Coleman, Julius Hemphill, Marion Brown e Sun Ra. John Carter misturou-se com Pee Wee Russel num tema solar que Coleman Hawkins teria gostado de ouvir! Foi parte concerto, parte aula de história da grande música negra, com o baterista a explicar o mundo de referências e de ligações que se ia sucedendo. Os arranjos para saxofone e clarinete eram brilhantes e reinventaram os blues. Extraordinário o contrabaixista, com problemas de som no início que foram prontamente resolvidos pela equipa técnica.

Por vezes é assim: é preciso vir alguém de outra cultura para nos mostrar que algo tão familiar como os azulejos pode ser usado enquanto pixéis, como no caso do trabalho de Chermayeff & Geismar no painel de entrada do Oceanário de Lisboa. E os italianos mostraram-nos, com um conhecimento enciclopédico dos blues e do jazz, uma reinvenção profunda destas músicas, distante e ao mesmo tempo tão familiar. Foi o melhor momento do SeixalJazz deste ano e merecia casa cheia, que não teve.

Jazz & Wine of Peace 2018 – Cormons

Fabrizio Spera Concerts Reviews

Da annoverare senz’altro tra i gruppi più interessanti dell’attuale panorama italiano, il quartetto Roots Magic – protagonista di un acclamato concerto alla Tenuta Villanova di Farra d’Isonzo – conduce una brillante operazione di riscoperta ed attualizzazione delle radici blues del jazz, mettendo al tempo stesso in evidenza le sue intime connessioni con certe aree dell’avanguardia afroamericana. Ecco dunque che, senza scarti stilistici o squilibri contenutistici, un gospel blues come Dark Was The Night, Cold Was The Ground (1927) di Blind Willie Johnson può trovare adeguata corrispondenza nell’essenza spiritual di Humility In The Light Of The Creator di Kalaparusha Maurice McIntyre. Oppure, in November Cotton Flower di Marion Brown si possono riscontrare elementi comuni a Down The Dirt Road Blues (1929) di Charlie Patton, tra i massimi esponenti del Delta blues. E ancora Last Kind Words (1930), country blues di Geeshie Wiley, contiene germi della poetica di Ornette Coleman in A Girl Named Rainbow. Senza poi considerare che l’essenza del blues si manifesta anche in Old di Roscoe Mitchell e ancor prima in Call For All Demons di Sun Ra. La musica del quartetto vibra letteralmente grazie al viscerale e costante dialogo tra Alberto Popolla (clarinetti) ed Errico De Fabritiis (contralto, baritono), sostenuti dalla feconda sintonia tra Gianfranco Tedeschi (contrabbasso) e Fabrizio Spera (batteria). Seppur fatta da degli italiani, questa è grande musica nera: Great Black Music!

Enzo Boddi (MusicaJazz) read the complete article

… In scaletta brani di Charley Patton, Blind Willie Johnson, Pee Wee Russell, Ornette Coleman, Sun Ra, Roscoe Mitchell, Marion Brown: dal blues del Delta al free, dalla New York della scena loft alla Chicago dell’AACM, un lungo filo rosso nel segno di una visione onnicomprensiva della musica nera. Un percorso suggestivo, tracciato con rispetto, energia e vibrante convinzione, tra assoli infuocati (in grande spolvero Popolla) e brucianti accelerazioni.

Luca Canini (Il Giornale della Musica 6-11-2018)

Villanova di Farra d’Isonzo, 28/10/2018 – Jazz&Wine of Peace 2018 – Circolo Controtempo – Tenuta Villanova Farra d’Isonzo – ROOTS MAGIC –  Foto Fabio Gamba/Phocus Agency © 2018                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

St.Anna Arresi, tra Sardegna e Jazz

Fabrizio Spera Concerts Reviews

A inaugurare questa maratona avventurosa, quasi a spiegare in qualche modo lo spirito che anima questa manifestazione, un’accoppiata che vede sullo stesso palco prima la tradizione dell’avanguardia americana e del blues rivisitata dagli ottimi Roots Magic da Roma e poi le esplorazioni della White Desert Orchestra diretta dalla pianista francese Eve Risser. I primi convincono in pieno con una ottima, devota e puntuale – ma non didascalica –riproposizione di perle di Roscoe Mitchell, Andrew Cyrille, Marion Brown, Julius Hempill e Charlie Patton (abbiamo riconosciuto anche una citazione del tema di “Unity” del grande Phil Cohran, da poco scomparso). Le radici sono magiche perché ci portano per mano in viaggio in un passato (“Old”, del leader degli Art Ensemble of Chicago, a testimoniare il legame tra le musiche di avanguardia e le radici nelle dodici battute del Delta del Mississipi) sul quale non si è accumulata nemmeno un’unghia di polvere. 

Nazim Comunale Il Giornale della Musica  

                                                                                                                                                                                                                                                                                        David Murray, Young Mothers e Roots Magic tra i grandi protagonisti del festival Jazz 

Roots Magic è invece un gruppo che va dritto allo scopo. Riletture di classici del jazz antico e moderno e contemporaneo. Attenzione al blues. Non solo a quello storico, quasi delle origini, di una sconosciuta Geeshie Wiley e di Charley Patton. Anche a quelli scritti da un Pee Wee Russell o da un Julius Hemphill. Ma, soprattutto, blues nel mood dominante delle calde divertenti ben arrangiate e ben vissute performance di Alberto Popolla (clarinetti), Enrico De Fabritiis (sax), Gianfranco Tedeschi (contrabbasso), Fabrizio Spera (batteria). Mario Gamba –  Il Manifesto 11-9-18

Tra i musicisti italiani, i Roots Magic ci hanno accompagnato in un viaggio lungo la storia del jazz, dagli anni ’20 ai giorni nostri, tra scale blues, arabe, ed un affettuoso radicamento nella tradizione.  Paolo Peviani – Allabout Jazz 17-9-18