Roots Magic – Live in BS – Review

Fabrizio Spera Concerts Reviews

Roberto Pepe – www.traccedijazz.com

Le magiche radici del Blues hanno allungato le loro ramificazioni anche in quel di Brescia, dove alla fine di febbraio hanno infuocato la segreta del noto locale Carmen Town, in pieno centro storico, su invito dell’associazione culturale Indica che ha organizzato il concerto e che sta animando l’orizzonte musicale bresciano. I Roots Magic “vengono da lontano e vanno lontano”, come si diceva una volta, e l’assunto togliattiano si è svelato in modo inequivocabile soprattutto nel loro secondo album “Last Kind Words”, uscito a fine 2017 per Clean Feed e riproposto pressochè per intero ad un pubblico in larga parte giovane e molto partecipe alla proposta che veniva via via illustrata, con pochi e sapidi tratti descrittivi, dal batterista Fabrizio Spera. La peculiare ed esplosiva line-up (Fabrizio Spera batteria, Errico De Fabritiis sax contralto e baritono, Alberto Popolla clarinetto/clarinetto basso e Gianfranco Tedeschi, contrabbasso) e l’orgogliosa scelta di un repertorio assai connotato (Blind Willie Johnson, Julius Hemphill, Charley Patton, Marion Brown, Ornette Coleman) rendono i Roots Magic uno dei gruppi più interessanti attualmente sulla scena, legati a filo triplo ad una linea nera che risale da antichi country blues d’inizio ‘900, riportati a nuovo splendore, per miscelarsi, con naturalezza e maturità d’espressione, in riletture squisitamente tipiche del jazz che una volta veniva definito avanzato o d’avanguardia e che ora grazie alla storicizzazione avvenuta -e ad un corale studio sul materiale dell’intera band- dimostra di mantenere contenuti assai freschi ed attuali, in grado di fare presa su un pubblico più ampio della canonica platea jazz oriented.

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Pronti via, ed è subito “Down the Dirt Road Blues” (Charley Patton) – apripista dal riff criminale posto anche in apertura di disco – con Popolla e De Fabritiis sugli scudi a resuscitare un blues ipnotico e denso come lava rovente. Il concerto regala poi una gemma risalente al 1930 della mitica e misteriosa blues girl Geeshe Wiley (“Last Kind Words”, appunto, da riascoltare nella versione originale voce e chitarra che aveva affascinato anche Rhiannon Giddens che la incise alcuni anni fa in un LP Nonesuch) e che qui pare evocare una graphic novel di Richard Crumb, con il clarinetto che cerca tracce oscure sul tappeto ritmico dolentemente steso, com’è giusto che sia, trattandosi di un testo crudo che parla di addii, schiavitù, morte, conflitti, assenza, insomma blues fino al midollo. La fioritura del cotone a Novembre è di per sé un evento magico e questo sogno (“November Cotton Flower”, di Marion Brown) aleggia negli archi antichi di questa sorta di cripta che ospita gli astanti in contrada del Carmine, in sospensione, come le parole di Jean Toomer legate al brano che brillano anche in loro assenza, sempre più luminose in questi tempi cupi in cui pare avvolto il BelPaese rappresentato al meglio da un Governo inquietante, marcatamente razzista. E così mentre sfila il repertorio non si può non avvertire l’urgenza e l’attualità di questi brani suonati con una professionalità e un rigore che può essere figlio solo di grande convinzione e di tantissime prove. Suonano attuali i nuovi arrangiamenti di rabbiose digressioni free-blues di Julius Hemphill, di lancinanti richiami di Dolphy che stemperano nel funk, o della chiamata a triplo sei di Sun Ra (“Call all Demons”) mentre va a bersaglio anche una sorta di sigla che suona come marchio di fabbrica Roots Magic in un incedere che si fa ironicamente parossistico (“The Sunday Afternoon Jazz And Blues Society” brano anni ’70 di John Carter e Bobby Bradford -altro disco da recuperare!- contenuto nel primo episodio Roots Magic significativamente intitolato “Hoodoo Blues”).
Si diceva del pubblico, coinvolto e partecipe, dopo un breve bis la notte bresciana ci requisisce, affollata come il piano superiore del locale che oltre ad offrire una spettacolare selezione di gin spara un po’ di piatta musica dance senza che questo scalfisca i sorrisi e il mood di chi ha assistito a un rituale di cui probabilmente si avvertiva una certa necessità. Se passano dalle vostre parti non fateveli scappare, “I’m goin’ away, to a world unknown…” 

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