Il Grido delle radici

Fabrizio SperaConcerts Reviews

Fabio Ciminiera – Jazz Convention

http://www.jazzconvention.net/index.php?option=com_content&view=article&id=3435%3Aroots-magic–giulianova-il-grido-delle-radici&catid=1%3Aarticoli&Itemid=10

Dalle tradizioni profonde del blues alle esplosioni sonore del free: una rilettura mediata da una gestione ritmica legata agli accenti, nella maggior parte dei casi, e sensibile nel tracciare un binario solido per i solisti. Una rilettura pensata per mettere in luce il significato e l’attualità del blues e per farli incontrare con i ritmi e le suggestioni del Sud del mondo, con i passi di danza dei Caraibi e le reminiscenze africane.
«Per Charley Patton il dilemma presente nel brano, il dilemma tra andare e restare, si traduce in pratica nella scelta di rimanere con i guai già conosciuti oppure andare altrove e incontrare nuovi guai.» Fabrizio Spera presenta così Down The Dirt Road Blues di Charley Patton e mette subito in luce la natura rurale e ancestrale del repertorio scelto. Il viaggio del quartetto prende le mosse dal Delta del Mississippi, dalle profondità più ataviche del linguaggio, dai suoi protagonisti come Blind Willie Johnson o Charley Patton, e ne segue il filo che conduce alle derive libere di John Carter passando per Sun Ra, Julius Hemphill e Henry Threadgill.
La dimensione pianoless mette ancor più in luce le motivazioni del progetto: la fedeltà alle radici del blues e il richiamo alle libertà armoniche del free si combinano in una serie di elementi funzionali al discorso del quartetto. Una musica ruggente e dolorosa e, al tempo stesso, accogliente nella sua capacità di racconto. evocativa di emozioni e stati d’animo. Il quartetto non mette l’accento sulla declinazione più estrema del free e preferisce accompagnare le melodie in modo più leggibile, più vicino al blues se si vuole. Ne viene così fuori una efficace lettura del nome dato alla formazione, il ritmo delle radici si unisce con la dimensione seducente delle melodie del free e con la potenza contenuta nelle composizioni dei suoi alfieri. La dimensione più nervosa viene stemperata dal passo riflessivo del blues. Il senso intimo dei brani e, di conseguenza, dell’intero concerto richiama così in maniera naturale la forza dei testi cantati da Robert Johnson agli incroci delle strade di campagna: i temi affrontati raccontano una dimensione del tutto congenita allo spirito umano, estremamente attuale ancora ai nostri giorni, sia pure con le differenze presenti tra i diseredati di ieri e di oggi. Lo scenario preparato per il concerto dall’Associazione Grido si pone perfettamente in tema con la dimensione di rurale di parte del repertorio: l’aia della Cantina Di Giovanpietro è la platea, la “capanna”, la tipica vigna del territorio abruzzese, offre lo sfondo per il rimorchio che funge da palco per i quattro musicisti.

Konfrontationen Festival 2016

Fabrizio SperaConcerts Reviews

Andrew Choate – The Fuckle

 
Opening things up on the Jazzgalerie main stage was the Italian quartet Roots Magic. They got things started with a gravelly baritone swagger from De Fabritiis on Charlie Patton’s “Down the Dirt Road Blues” from 1929. I appreciated the combination of the darkness and the celebration, as if the worst experiences can still somehow be commemorated as long as we have other people to share the sentiment with. They also did a version of Julius Hemphill’s “The Hard Blues,” and somehow De Fabritiis’ alto was even more gritty than his baritone: he’s got a growl that could cook a mean steak. This was their first gig playing outside Italy, and they didn’t extend these pieces too much beyond the nut of the original, just lovingly embraced the tunes and put them to bed. But when you choose a set list of tunes by Blind Willie Johnson, Phil Cohran, Olu Dara, John Carter, Pee Wee Russell and Sun Ra, that’s the right strategy. A great choice to open the festival as the breadth of the historical context for a lot of the music that was to come later was acknowledged and rejoiced.

Along Came Jazz 2016

Fabrizio SperaConcerts Reviews

Sandro Cerini – MusicaJazz  
 
Il concerto di più forte impatto, ad onta delle presenza di pubblico meno folta, è parso quello dei Roots Magic, gruppo di chiara vocazione internazionale. Il quartetto romano – autore di una esibizione infuocata – ha rispettato appieno le proprie caratteristiche espressive, confermando la capacità non comune di portare verso il pubblico una musica niente affatto compiaciuta di sé, gravida di umori e foriera d’una capacità comunicativa per più versi esplosiva. L’originale miscela di blues delle origini e di free ribadisce che è nella tensione permanente tra la forma e la sua dissoluzione la ragion d’essere di questa musica.

LIVE DEL MESE – Roots Magic – Il vincolo della forma e la libertà di violarlo

Fabrizio SperaConcerts Reviews

di Sandro Cerini

 Con alle spalle un anno intenso, di esiti artistici assai felici (l’album «Hoodoo Blues & Roots Magic», sulla scia di recensioni tutte molto favorevoli, non soltanto in ambito italiano, si è piazzato nelle prime dieci posizioni del Top Jazz 2015, sia nella categoria «Disco italiano dell’anno», ove è nono, sia in quella «Gruppo italiano dell’anno», ove è settimo) la band romana (Errico De Fabritiis ai sax contralto e baritono, Alberto Popolla al clarinetto e clarinetto basso, Gianfranco Tedeschi al contrabbasso e Fabrizio Spera alla batteria e alle percussioni) si muove alla ricerca d’una meritatissima maggior fama, che permetta di eccedere la di- mensione concertistica meramente territoriale. In questo contesto si inquadra il mini-tour che la vedrà ad aprile visitare Milano (il 6, al 65 Metriquadri), Torino (il 7, al Cafè Des Artes) e Bologna (l’8, al Barazzo). Ma il concerto di Mentana è appartenuto ancora a una misura tutta intra-muros, considerati non soltanto i natali di Gianfranco Tedeschi ma anche il suo forte radicamento personale e culturale rispetto a una realtà locale che seppe esprimere negli anni Settanta una tra le prime – se non la prima – Scuole popolari di musica in Italia, con docenti del calibro di Giovanni Tommaso e Luis Bacalov, tra gli altri. E dunque l’atmosfera era tutta peculiare, di forte partecipazione, sebbene l’evento si indirizzasse a un pubblico di tipo «generalista», ricollegato com’era a festeggiamenti carnevaleschi. Ma il quartetto ha rispettato appieno le proprie caratteristiche espressive, confer- mando la capacità non comune di por- tare verso il pubblico una musica niente affatto compiaciuta di sé, gravida di umo- ri e foriera d’una capacità comunicativa per più versi esplosiva. Dopo un breve riscaldamento iniziale a base di Charley Patton con Down The Dirt Road, è venuto il vero e proprio «manifesto» di The Hard Blues, di Julius Hemphill, che costituisce per il gruppo una sorta di mojo (tanto per stare ai significati traslati dell’hoodoo, che la proposta dei quattro più o meno scherzosamente invoca). Di seguito un dittico dedicato alla morte, iniziato da Oh Death, sempre di Patton, resa in una ver- sione festante, di perfetto stile funerario New Orleans, e completato da una Dark Was The Night (di Blind Willie Johnson) scura e fumosa, indubbiamente uno dei picchi dell’esibizione, almeno sotto il profilo del puro coinvolgimento emotivo. Il pezzo tradizionale Frankie And Albert ha permesso di gestire la transizione verso l’ostentata riverenza espressa dal gruppo rispetto a un altro nume tutelare quale Sun Ra, attraverso una travolgente versione di A Call For All Demons, seguita ancora dall’innodico e coinvolgente cre- scendo di I Can’t Wait Till I Get Home di Olu Dara.

Estremamente significativa la proposta di chiusura ( se si esclude il bis finale di Bermuda Blues) che ha visto la giustapposizione di tradizione (Pee Wee Blues, di Pee Wee Russell) e innovazione (The Sunday Afternoon Jazz And Blues Society, di John Carter) nella storia del clarinetto, in un confronto intelligente e arguto, utilizzato quasi a mo’ di tesi e dissertazione finale, in cui i confini si confondono e gli assunti di partenza non sono poi così scontati, perché in fondo è nella tensione permanente tra la forma e la sua dissoluzione la ragion d’essere di questa musica (e perché, come ha ben osservato Tedeschi, è bello chiudersi nel- la gabbia ideale delle strutture se si pos- siede la chiave per uscirne, perché è vero che «se puoi uscire puoi tornare quando vuoi»). Dunque è questa la sfida per un gruppo che dimostra di avere idee chiare e consapevolezza assoluta delle conse- guenze determinate dalle proprie scelte, procedendo sicuro nell’allargamento del repertorio e nel consolidamento d’una forma espressiva affatto personale, con- fermandosi tra le realtà italiane più inte- ressanti del momento.

MUSICA JAZZ MARZO 2016